Vederlo spaesato e un po’
impaurito all’arrivo, chè Milano d’impatto smonta qualsivoglia sicurezza.
Notarne i comportamenti forzati, quelli che dalle sue parti mai avrebbe fatto
propri. Confortarlo nell’insicurezza lavorativa, cercando di fargli comprendere
quanto sia importante farsi rispettare.
Fargli capire appieno che i mezzi
pubblici – a Milano e ovunque su questa Terra – vanno verso un luogo e da quel
luogo tornano, chè M qui vuol dire
Metropolitana, non (fossa delle) Marianne.
Invitarlo a cena qualche sera
dopo e notarne i piccoli cambiamenti, l’atteggiamento un po’ più milanese –
seppur ancora non del tutto consapevole in merito a distanze e possibilità.
Verificare che la sboroneria si è alquanto dileguata dentro le cose da fare, e che la Puglia non
viene più citata.
Essere felici per lui perché muoversi vuol dire crescere, ma non solo. Vuol dire anche far
comprendere che Milano è un’altra vita, un altro modo, altri pensieri, altre
tempistiche. E che, dentro tutto questo, ci sono un sacco di cose positive.
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