lunedì, 20 dicembre 2010
...E un bel giorno, finì la benzina
Il primo viaggio in macchina verso la Puglia l’ho vissuto dopo 20 giorni di vita. Calcolando a spanne, in auto ne ho fatti circa un centinaio, che fanno 100.000 chilometri. Poi ho detto basta, mi sono convertito prima al treno poi, dopo un supplizio chiamato viaggio su un Eurostar durato 18 ore, all’aereo.
Di quelle spedizioni familiari ricordo la Ritmo che profumava di passato di verdure della nonna, il limite dei 120 chilometri orari che non superavamo non per attenzione alle norme ma per impossibilità di quel vecchio catorcio, le innumerevoli fermate per fare benzina, i penosi lenzuoli a margine della carreggiata che coprivano corpi, anime, persone, il conteggio dei chilometri che non tornava mai.
La rottamazione della vecchia Ritmo e il passaggio ad una Dedra che in confronto pareva un fulmine di guerra, i viaggi che diventavano velocità, soste meno frequenti e radio a pppalla, la voglia di comunicare e fare casino all’andata, i lunghissimi silenzi del ritorno, le prime lacrime silenziose perché no, a Milano non ci voglio tornare.
L’acquisto di una Sharan 7 posti che pareva un pullman della Sena per quanta roba ci stava dentro, la gioia di tornare a Milano, chè 20 giorni in Puglia sono davvero troppi e non avere nulla da fare non è una buona abitudine, il pagamento del pedaggio che aumenta di volta in volta. L’ultima tratta in macchina con la consapevolezza che no, il tempo e molte altre cose non ci concederanno un’altra possibilità. La dissuetudine a dover fare un biglietto per quel tragitto.
Con la “scoperta” dell’aereo di quei viaggi sono rimasti solo questi ricordi. Ci si mette di meno e si hanno meno preoccupazioni, ma mancano la poesia del trasferimento, la stanchezza di chi ce l’ha fatta ancora una volta, il rito del riempire l’auto in modo intelligente, quello di impacchettare qualunque cosa malinconicamente, spacchettando tutto 1.000 chilometri e circa 9/10 ore più in là avendo tra le mani la gioia della scoperta, riempiendosene il cuore, tornando un po’ bambini.
Di quelle spedizioni familiari ricordo la Ritmo che profumava di passato di verdure della nonna, il limite dei 120 chilometri orari che non superavamo non per attenzione alle norme ma per impossibilità di quel vecchio catorcio, le innumerevoli fermate per fare benzina, i penosi lenzuoli a margine della carreggiata che coprivano corpi, anime, persone, il conteggio dei chilometri che non tornava mai.
La rottamazione della vecchia Ritmo e il passaggio ad una Dedra che in confronto pareva un fulmine di guerra, i viaggi che diventavano velocità, soste meno frequenti e radio a pppalla, la voglia di comunicare e fare casino all’andata, i lunghissimi silenzi del ritorno, le prime lacrime silenziose perché no, a Milano non ci voglio tornare.
L’acquisto di una Sharan 7 posti che pareva un pullman della Sena per quanta roba ci stava dentro, la gioia di tornare a Milano, chè 20 giorni in Puglia sono davvero troppi e non avere nulla da fare non è una buona abitudine, il pagamento del pedaggio che aumenta di volta in volta. L’ultima tratta in macchina con la consapevolezza che no, il tempo e molte altre cose non ci concederanno un’altra possibilità. La dissuetudine a dover fare un biglietto per quel tragitto.
Con la “scoperta” dell’aereo di quei viaggi sono rimasti solo questi ricordi. Ci si mette di meno e si hanno meno preoccupazioni, ma mancano la poesia del trasferimento, la stanchezza di chi ce l’ha fatta ancora una volta, il rito del riempire l’auto in modo intelligente, quello di impacchettare qualunque cosa malinconicamente, spacchettando tutto 1.000 chilometri e circa 9/10 ore più in là avendo tra le mani la gioia della scoperta, riempiendosene il cuore, tornando un po’ bambini.
Postato da: Elblondo a 10:36 | link | commenti
pensieri, viaggi, milano, puglia
Il sangue dei vinti
Film storico che tocca un periodo recente ma lontano, dimenticato ma sempre vivo, di cui non sapremo mai tutta la verità. Michele Placido è interpretazione intensissima, Barbora Bobulova conferma ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, la sua bravura e poliedricità. Capolavoro tutto italiano di rara durezza e intensità, che non giudica ma mostra gli anni più bui del Novecento tricolore.
Postato da: Elblondo a 19:34 | link | commenti
cinema
Teardrop
E’ la canzone che mi ha fatto scoprire i magnifici Massive Attack, è il perfetto equilibrio tra ritmo e calma, tra suono e parole. Un pezzo meraviglioso, fluido, che ti riporta alla realtà e a quella che deve essere la percezione del mondo. Sincopato e preciso, perfettamente calzante per tutte le stagioni.
Postato da: Elblondo a 10:55 | link | commenti
musica
Non me l'aspettavo...
Che la fiducia al Capo fosse garantita da due deputati dipietristi.
Che la compravendita e il calciomercato in questi casi fossero all’ordine del giorno.
Che gli eletti dal popolo avessero così tanta libertà di movimento da potersi spostare dalla sinistra più sinistrata alla destra tornata in vita (e bastava guardare la faccia di Emilio, direttore del Tg4, per capire che pauraccia avevano lorsignori).
Che esistessero ancora i black bloc.
Che per rispondere ai black bloc i finanzieri tirassero fuori le pistole d’ordinanza.
Che Silvio fosse così amato da generare in un battibaleno 100 feriti fuori e una scazzottata sana sana dentro al Parlamento.
Che Pierferdy cercasse l’ennesima sedia sulla quale posare il suo deretano.
Che il Cepu potesse votare la fiducia.
Che i rifiuti campani fossero colpa del Comune di Napoli (in mano alla sinistra, of course).
Che il Capo, dopo aver ottenuto una fiducia sudatissima, si fiondasse alla presentazione dell’attesissimo libro natalizio di Bruno Slurp Vespa.
Che il buon Bruno mettesse in difficoltà con domande ficcanti e provocatorie il Capo (questa non me l’aspettavo e non è successa, ma guarda un po’).
Che una squadra congolese potesse giocare la finale della Coppa Intercontinentale.
Postato da: Elblondo a 16:24 | link | commenti
pensieri, italia, politica
domenica, 12 dicembre 2010
I pesci alla conquista del mondo
Quando mi appresto a mangiare “un pesce a forma di pesce” come dice il mio medico curante, mi viene in mente un’utopia che mi passava dentro la testa quando ero bambino. Immaginavo un mondo perfetto all’interno del quale un bel giorno, quasi per rivalsa dopo millenni di angherie subite, i pesci avrebbero avuto lo stesso diritto che abbiamo noi a mangiarli. Ovvero, ci mangiavano. Nello stesso identico modo, pescandoci da un universo sotterraneo a loro stessi non del tutto conosciuto, cuocendoci al forno, spellandoci, togliendoci le ossa, succhiandole per nutrirsi con ogni singolo, minuscolo pezzo di carne. In una sorta di deriva animalista immaginavo che questo sarebbe successo per anni e anni, e pesci di ogni specie e grandezza avrebbero dominato il mondo proprio come l’uomo fa dai tempi dell’accensione del primo fuoco. Li sognavo esseri pienamente pensanti e ridanciani, mentre fissavano l’ennesimo stupidissimo ominide che aveva abboccato ad una lenza di fattura elementare. Mamma mia che fervida immaginazione si ha da bimbi.
Postato da: Elblondo a 18:08 | link | commenti
pensieri
Alice in wonderland
Capolavoro assoluto di Tim Burton dal quale non si riesce a staccare gli occhi, abbassare l’attenzione, non rimanere folgorati. Gli effetti speciali di ultima generazione rendono attuale una favola meravigliosa e conosciuta, antica e moderna, che ti invita ad entrare in un mondo parallelo che prima ti imprigiona, poi ti estranea, infine ti ammalia tanto da sentirne la mancanza una volta fuori.
Johnny Depp e una odiabilissima Helena Bonham Carter sono da tempo immemore una certezza. Una Anne Hathaway un po’ troppo stereotipata riesce comunque ad emergere per lucentezza. Pellicola meravigliosa e perfetta, quasi commovente, della quale vorresti procrastinare la fine.
Johnny Depp e una odiabilissima Helena Bonham Carter sono da tempo immemore una certezza. Una Anne Hathaway un po’ troppo stereotipata riesce comunque ad emergere per lucentezza. Pellicola meravigliosa e perfetta, quasi commovente, della quale vorresti procrastinare la fine.
Postato da: Elblondo a 11:16 | link | commenti
cinema
Coincidenze
Mentre la sindachessa Letizia fa partire ufficialmente il macchinone della campagna elettorale, annunciando (minacciando???) di voler inviare un milione di opuscoli riassuntivi dei suoi anni di buongoverno, e nelle televisioni locali impazza il suo volto compiaciuto e un po’ infreddolito che afferma “Questa è la mia Milano”, un ciondolone pendente di Swarovski anche detto “luminaria natalizia” del diametro di quasi un metro crolla sulla testa di una ignara (e ora in fin di vita) passante.
Postato da: Elblondo a 18:11 | link | commenti
pensieri, politica, milano
Spaccarotella
Quando un cognome porta con sé il più tragico, il peggiore dei destini.
Postato da: Elblondo a 11:41 | link | commenti
pensieri, italia
Pipì & follia
Al piano terra dell’edificio dove lavoro un utente è stato beccato nel bagno col pisellino di fuori, intento a fare pipì. Che c’è di strano? Che la stava facendo in un cestino dell’immondizia sito nell’antibagno, dato che i servizi erano occupati. Tutto qui? No. Il pisciatore folle, nonostante il bisogno evidentemente impellente, aveva assoldato la moglie a guardia giurata, e la signora ha pure opposto resistenza nei confronti dell’addetta alle pulizie che insisteva a voler fare il suo lavoro. Tutto questo trambusto ha agitato il pisciatore, che ha iniziato a farla fuori dal vaso…pardon dal cestino, inondando buona parte di un atrio. Ma tenersela un attimo proprio no, eh? Stiamo regredendo di giorno in giorno.
Postato da: Elblondo a 18:19 | link | commenti
milano, lavoro
Danilo
Danilo era un ragazzo sensibile. Me ne accorsi al primo sguardo, sfruttando quella consapevolezza che a 18 anni ti regala l’illusione di sapere tutto della vita e del mondo. E invece, non sai proprio niente. Danilo era un ragazzo speciale, che senza troppe domande ti faceva entrare dentro la sua esistenza, bussando timidamente dentro la tua. Danilo era affabile, attento, appassionato. Portava pochi passi dietro di sé quell’accento da studente fuori sede che ti inorgoglisce, ti fa partire col corpo pur restando con la bocca a metà strada.
Danilo fu una splendida scoperta di un viaggio a Perugia, città dalle mille sfaccettature, di cui scriverò a breve. Andavo a trovare, durante il nostro primo anno da studenti universitari, Bruno, amico fraterno di cui invece ho già scritto in queste pagine. Danilo mi aspettava sulla porta, e con quegli occhi che emettevano più sorrisi delle sue stesse labbra mi dava il suo personale benvenuto. In quei quattro giorni scoprii un altro modo di vivere la post adolescenza universitaria, una strada un po’ più leggera ma anche per questo altrettanto valida. L’amicizia con Bruno non aveva bisogno di fortificarsi, ma essere accompagnati in quel viaggio da un ragazzo come Danilo era altrettanto bello, importante, regalava significato alle piccole cose che due vecchi amici che si rivedono danno quasi per scontate.
Il giorno del rientro a Milano, Danilone mi stupì. Mi regalò un abbraccio sentito, non di circostanza. E i suoi occhi erano visibilmente lubrificati dal dispiacere che si genera nell’animo umano quando un amico se ne va. Durante quei quattro giorni mi fece sentire suo fratello, rese la sua presenza discreta e disponibile. Iniziò una magnifica amicizia piena di sms: sfottò calcistici, solidarietà studentesca, piccole gioie amorose, la mia laurea, quella di Bruno, i primi lavoretti, la stesura della sua tesi. Nel febbraio del 2006, in quel maledetto febbraio, mi chiamò e riuscì, nonostante tutto, a farmi sorridere.
A poche settimane dalla fine del percorso universitario di Danilo, durante una pallida giornata di metà settembre, il mio cellulare fu scosso da un sms inaspettato, che ancora mi fa tremare. Era Bruno, e in stato confusionale potei solo leggere “Danilo stamattina si è buttato da un balcone, ed è morto”. Ancora a scrivere queste parole mi tremano le mani, mi si gela il sangue. Lì per lì non potei crederci, il cervello mi si bloccò, entrai in un panico indescrivibile. Qualche minuto dopo Bruno mi spiegò che a causa delle difficoltà nella stesura della tesi di laurea Danilo cadde in una profondissima depressione, si sentiva perseguitato, poco amato, non riusciva a stare in mezzo alla gente, appariva sempre svogliato e disattento. Si era tramutato nell’esatto opposto di ciò che era. Da quel giorno lo sento in maniera diversa, ogni tanto ho come l’impressione di parlare insieme al mio vecchio, grande amico Danilo. Che mi saluta sempre con quel modo di dire che prima ha dato ritmo alle nostre giornate, poi è sembrato quasi un’ammissione di responsabilità: “Ci sono rimasto sotto”.
Questa lettera, questo post è per te. Ciao amico mio, ti voglio bene.
Postato da: Elblondo a 18:08 | link | commenti (2)
pensieri
Oggi sposi
Commedia godibilissima, piena di bei volti puliti. Alcuni intrecci risultano un po’ forzati, ma la regia è perfetta, precisa anche se gioca troppo spesso col product placement, che la fa da padrone. Luca Argentero non fa una grinza neppure nei panni del pugliesotto e Moran Atias è un inno alla bellezza: il loro matrimonio tra famiglie e civiltà agli antipodi regge in piedi tutta la trama. Carolina Crescentini non mi ha mai convinto come in questa occasione, Filippo Nigro gioca all’imbranato e Michele Placido recita facile, sul velluto. Tutti promossi.
Postato da: Elblondo a 19:12 | link | commenti
cinema
Amore e metrica ai tempi di Freddie
Sfido chiunque a rimanere immobile dopo le prime note di un qualsiasi pezzo dei Queen che furono. Freddie trascina tutti, eterosessuali e no, nel suo turbine di ritmo, amore, perfezione, metrica e felicità, liberando la mente e il corpo. Torna magico Freddie, reincarnati in qualche illuminato, ma non in gente come Mika, ti prego.
Postato da: Elblondo a 16:23 | link | commenti
musica
Dall'open space infinito all'ufficio in solitaria
Mi ero totalmente dimenticato quanto fosse bello stare in ufficio da solo. Non che il collega con cui lo condivido sia cattivo o pesante o logorroico (beh…logorroico e convinto di concedere perle di verità assoluta a noi poveri mortali un po’ si, dai), ma stare da solo cambia i tempi, i ritmi. Essere costretto ad ascoltare le vaccate qualunquiste di un qualsivoglia collega porta via del tempo, e nonostante io sia abilissimo a farmi entrare le suddette vaccate da un orecchio e a farmele uscire dall’altro, a fine giornata la stanchezza sembra tripla rispetto a quella che è realmente.
E pensare che ho iniziato la mia lunghissima cavalcata nel mondo del lavoro partendo da un open space di cui non si intravedeva la fine…Non sopporterei più una situazione del genere, si lavora male e con un trilione di occhi spettegolanti addosso. Meglio un ufficio. Se poi è, mai come in questi giorni, IL MIO ufficio, quasi si raggiunge la condizione ideale.
E pensare che ho iniziato la mia lunghissima cavalcata nel mondo del lavoro partendo da un open space di cui non si intravedeva la fine…Non sopporterei più una situazione del genere, si lavora male e con un trilione di occhi spettegolanti addosso. Meglio un ufficio. Se poi è, mai come in questi giorni, IL MIO ufficio, quasi si raggiunge la condizione ideale.
Postato da: Elblondo a 18:30 | link | commenti
pensieri, lavoro
Vieni via con me
E’ impossibile non parlarne, come non scriverne. E’ il linguaggio mediatico preso, rivoltato, rivoluzionato. E’ il pensiero che rinasce, sepolto da una valanga di veline, volgarità, perbenismi, notizie edulcorate e si tramuta in audience, in pubblico. E’ il garbo fatto persona e riprodotto nella figura del conduttore. E’ un ragazzo che non ha paura della verità e ce la sbatte in piena faccia senza troppo riguardo, strabuzzando gli occhi, inchiodando alle proprie responsabilità chi finge di non vedere e chi, a furia di ripeterlo come un mantra, ci convince che va tutto a meraviglia. Un esempio di quali enormi qualità potrebbe essere portatore il mezzo televisivo, ridotto invece, da chi tira le fila e anche qualcos altro, a un deposito di meretrici e leccaderetano.
Postato da: Elblondo a 20:22 | link | commenti
televisione
lunedì, 22 novembre 2010
Maradona - La mano de Dios
Pellicola un po’ troppo romanzata. A volte eccessivamente assolutoria, a volte più dura di quella che è stata la realtà. Il personaggio è uno tra i più affascinanti degli ultimi trent’anni: Diego, soprattutto durante la sua parentesi napoletana è stato il centro della cronaca, del calcio, del mondo.
Prima bimbo diventato fenomeno troppo in fretta, poi simbolo di una nazione che aveva una gran voglia di scovare un eroe. I primi guai di Barcellona, il Mondiale messicano ai suoi piedi (e alle sue mani, come da titolo), Napoli e il Napoli, il mai dimenticato Mondiale italiano che tanto costerà prima al calciatore, poi all’uomo. L’ultimo tentativo di Usa ‘94, gli ultimi respiri del più grande “10” mai nato.
Un Marco Leonardi eclettico e spigoloso regala corpo e anima al Diego cinematografico, facendosi apprezzare. Regia piena di spunti ma senza guizzi eccessivi, chè un personaggio così di guizzi ne regala a frotte di per sè. Film intenso, drammatico, commovente. Monografia a tratti un po’ seduta, che sfiora i miei primi, bambineschi ricordi sportivi.
Postato da: Elblondo a 19:21 | link | commenti
cinema
Chi la butta in vacca
Trovo l’atteggiamento di chi si permette di buttarla in vacca imperdonabile. In genere si tratta di personaggi di indubbio potere, di dubbia provenienza. La rigirano sul calcio o su un accento particolare, e intanto tu perdi il filo del discorso e loro possono continuare indisturbati la loro supercazzola. Il sottoposto non può fare a meno di sorridere, ma alla decima volta che accade si sente preso in giro e il buttatore in vacca, che in genere accompagna il suo atteggiamento con frequenti e immotivati inviti alla calma altrui, perde la sua di calma e inizia a bofonchiare agitando indistintamente le braccia, sintomo che la vacca non rientra nella stalla. E guai a esclamare “Vacca boia” o “Porca vacca”, che l’animale potrebbe averne a male non permettendo più di usare il suo buon nome per farsi un po’ più belli di ciò che si è.
Postato da: Elblondo a 11:37 | link | commenti
pensieri, lavoro
Buon compleanno, blog!
In settimana questo blog ha compiuto un anno. Auguri caro blog, mi hai regalato un sacco di cose belle. Sei una valida valvola di sfogo, sei un modo edificante di rallentare i pensieri e razionalizzarli. Stai diventando grande, ma non sarai mai consuetudine. Mi rendi fiero, mi rendi “blogger”. Per questo e per molti altri motivi, tanti auguri a te.
Postato da: Elblondo a 20:29 | link | commenti
pensieri
A sinistra le primarie, a destra escort e porcellum
A Milano le primarie del centrosinistra hanno riservato agli inusitati vertici di partito una serie di risultanze inaspettate: il candidato sostenuto dalla corrente vendoliana ha battuto senza colpo ferire il figlio putativo di cotanto Partito Democratico. I più alti livelli si interrogano e scattano, puntuali ma forse non troppo, le prime dimissioni. Majorino, Martina, ma eravate ancora lì? Eravate ancora seduti comodi sul vostro seggiolino? Non ci posso credere.
I 100.000 votanti sperati si sono rivelati un boomerang pari al milione di posti di lavoro di berlusconiana memoria. La gente è schifata e vota turandosi il naso, ma questo concetto profondissimo il Pd lo capirà attorno al 2078, dopo qualche milione di ore di tavoli, convegni, sedute, analisi. Quello potrebbe essere l’anno in cui la gente tornerà a votare col cuore. Forse.
I 100.000 votanti sperati si sono rivelati un boomerang pari al milione di posti di lavoro di berlusconiana memoria. La gente è schifata e vota turandosi il naso, ma questo concetto profondissimo il Pd lo capirà attorno al 2078, dopo qualche milione di ore di tavoli, convegni, sedute, analisi. Quello potrebbe essere l’anno in cui la gente tornerà a votare col cuore. Forse.
A livello nazionale, pare non bastino le dimissioni di svariati ministri e viceministri per far cadere un Governo logoro, stanco, lontano dalla gente, vicino alla escort più disponibile, disinibita e possibilmente minorenne. Domanda: cosa sarebbe successo a quest’ora se al posto del Cavaliere ci fosse stato un certo Romano detto, da giornalisti iscritti all’albo, Mortadella? Gazebi, comizi, dichiarazioni, terrorismo psicologico, elezioni. Porcellum, fine dei giochi. E invece il buon inventore del Bunga Bunga ci dispensa ancora della sua presenza, senza scrupoli né ritegno. Si sente amato. Lui sì che ha cognizione della realtà.
Postato da: Elblondo a 20:06 | link | commenti
pensieri, italia, politica, milano
Elizabethtown
Il sogno americano che si tramuta in fiasco colossale. La crisi, il lutto, il viaggio. Il colpo di fulmine mentale che diventa attrazione fisica. La riscoperta di sé, la rinascita. Un Orlando Bloom acerbo ma splendente, una Susan Sarandon eccessivamente caricaturale, una Kirsten Dunst fidanzata perfetta, come tutti la vorremmo. Una colonna sonora di due ore filate e ininterrotte, durante le quali i brividi non vanno mai via. Una pellicola a stelle e strisce, una storia da ricordare, un bel film.
Postato da: Elblondo a 17:16 | link | commenti (1)
cinema
Cosa odio di più
La burocrazia. E dire che la osservo giornalmente dal di dentro…Mi fanno impazzire le piccolezze, la mancanza di elasticità della macchina imperfetta chiamata sistema Paese. Provo a spiegarmi meglio con un paio di esempi.
Se il cittadino certifica, a tutti i livelli, da quello lavorativo a quello notarile, di abitare in Via X, che senso ha doversi ricordare di comunicarlo a tutti gli enti locali della zona? Eh sì, perché certificandolo alla Provincia il dato non viene trasferito né al Comune né alla Regione, e per una sorta di osmosi così all’infinito.
Perché potrebbe non bastare, per certificare un’uscita dallo stato di famiglia, la presentazione di un contratto REGOLARE che di per sé testimonia l’uscita formale dal nucleo familiare? E se davvero non bastasse, che differenza c’è tra vivere in affitto sotto contratto e farlo in nero se non creare un ulteriore costo, chè avere il contratto è “un vantaggio” per l’occupante?
Se il cittadino certifica, a tutti i livelli, da quello lavorativo a quello notarile, di abitare in Via X, che senso ha doversi ricordare di comunicarlo a tutti gli enti locali della zona? Eh sì, perché certificandolo alla Provincia il dato non viene trasferito né al Comune né alla Regione, e per una sorta di osmosi così all’infinito.
Perché potrebbe non bastare, per certificare un’uscita dallo stato di famiglia, la presentazione di un contratto REGOLARE che di per sé testimonia l’uscita formale dal nucleo familiare? E se davvero non bastasse, che differenza c’è tra vivere in affitto sotto contratto e farlo in nero se non creare un ulteriore costo, chè avere il contratto è “un vantaggio” per l’occupante?
Mi sento particolarmente toccato da queste due casistiche, vissute in prima persona in questi ultimi giorni. La risultanza tragicomica è che essendomi mosso sin dal primo passo in maniera corretta e regolare, seppur con queste piccole ma consapevoli dimenticanze, mi ritrovo con uno stipendio da fame ma con un reddito più che berlusconiano che si riverbera sull’importo delle mie tasse, e, per antipatico riflesso, su quelle della mia famiglia. In altri Paesi non dico che mi avrebbero premiato, ma agevolato sì. Ma sono nato in Italia.
Postato da: Elblondo a 18:53 | link | commenti
italia
Se in metropolitana...
c’è un caos infernale e sei stretto come una sardina inesperta tra l’ascella di un passeggero e la ventiquattr’ore di una viaggiatrice, l’ultima cosa intelligente e utile da fare è muovere l’indice della tua mano dall’alto verso il basso sul tuo trendyssimo I-Phone, per consultare la tua preziosissima pagina Facebook. Meriti di accorgerti di essere arrivato alla tua fermata proprio mentre le porte si stanno richiudendo, pezzo di cretino.
Postato da: Elblondo a 20:23 | link | commenti (1)
pensieri, metropolitana, milano
La mia capa, la nonna e Platone
Tutti gli idioti vanno in California. Dovrebbero chiamarla Idiotifornia. La madre a Novalee Nation, ovvero Natalie Portman, “Qui dove batte il cuore”
Quando una donna piange, due sono i motivi: o piange perché la sua vita è sconvolta, o piange perché sta per sconvolgere la tua.
Samuele, ovvero Valerio Mastandrea, “Viola bacia tutti”
Sei un cuneetto. La mia capa. Intendeva farmi un complimento, riferendosi ad una collega di un certo livello come ad un “cuneo”, e a me come suo papabile erede, per capacità di ottenere informazioni.
Lei è come l’annegamento: piacevole quando smetti di dimenarti. Sarah a Larita in merito ad un’acidissima Kristin Scott Thomas, “Un matrimonio all’inglese”
“Lo vorresti un cagnolino appena nato?” “Ma stai scherzando?!? Ho già un figlio che mi gattona per la casa!”. La schietta sincerità della meravigliosa Manila, ragazza che vale. E io l’ho capito.
“…Lei sbaglia, gridando continuamente…E’ il modo, è il metodo, è il tempo che non vanno. Questo è il tempo di tacere, il tempo di essere attori…Il personaggio che lei deve interpretare per salvarsi non è della ribelle sempre in agitazione, ma della donna normale. Mi ha capito?” “Si, si…Ma se nessuno mi ascolta io devo continuare a gridare”. Lo psicologo a Ida Dalser, ovvero Giovanna Mezzogiorno, “Vincere”. Ah Giovanna Giovanna, quanto ti poteva essere utile questo consiglio…E’ dai tempi de “L’ultimo bacio” che sbraiti, ululi e ti dimeni in continuazione!
Questa è la mia droga serale. La nonna, mostrando tutta fiera il bicchiere di ginger che si concede prima di andare a dormire
E’ buono comi nu fessa. Ancora la nonna, parlando del nonno. Ah, l’amore…
Solo i morti hanno visto la fine della guerra. Platone
Chi dice di voler riempire prima la pancia della testa, è uno che ha l’intenzione di lasciarle entrambe vuote. Massimo Gramellini
Quando una donna piange, due sono i motivi: o piange perché la sua vita è sconvolta, o piange perché sta per sconvolgere la tua.
Samuele, ovvero Valerio Mastandrea, “Viola bacia tutti”
Sei un cuneetto. La mia capa. Intendeva farmi un complimento, riferendosi ad una collega di un certo livello come ad un “cuneo”, e a me come suo papabile erede, per capacità di ottenere informazioni.
Lei è come l’annegamento: piacevole quando smetti di dimenarti. Sarah a Larita in merito ad un’acidissima Kristin Scott Thomas, “Un matrimonio all’inglese”
“Lo vorresti un cagnolino appena nato?” “Ma stai scherzando?!? Ho già un figlio che mi gattona per la casa!”. La schietta sincerità della meravigliosa Manila, ragazza che vale. E io l’ho capito.
“…Lei sbaglia, gridando continuamente…E’ il modo, è il metodo, è il tempo che non vanno. Questo è il tempo di tacere, il tempo di essere attori…Il personaggio che lei deve interpretare per salvarsi non è della ribelle sempre in agitazione, ma della donna normale. Mi ha capito?” “Si, si…Ma se nessuno mi ascolta io devo continuare a gridare”. Lo psicologo a Ida Dalser, ovvero Giovanna Mezzogiorno, “Vincere”. Ah Giovanna Giovanna, quanto ti poteva essere utile questo consiglio…E’ dai tempi de “L’ultimo bacio” che sbraiti, ululi e ti dimeni in continuazione!
Questa è la mia droga serale. La nonna, mostrando tutta fiera il bicchiere di ginger che si concede prima di andare a dormire
E’ buono comi nu fessa. Ancora la nonna, parlando del nonno. Ah, l’amore…
Solo i morti hanno visto la fine della guerra. Platone
Chi dice di voler riempire prima la pancia della testa, è uno che ha l’intenzione di lasciarle entrambe vuote. Massimo Gramellini
Postato da: Elblondo a 17:20 | link | commenti
citazioni
Il marchese del Grillo al potere
Siamo troppo un Paese avanti. L’economia va a rotoli e non se ne vede la fine, cassa integrazione e mobilità sono istituti validi ma non infiniti, la microcriminalità dilaga senza controllo, in televisione passa il messaggio che più apri le gambe più farai strada, i lavoratori extracomunitari, che svolgono attività che noi nobilissimi italianucoli non vogliamo più fare, vengono assunti regolarmente dopo essere caduti dal ponteggio, e l’attualità politica è ferma al Bunga Bunga e ai suoi derivati.
Persino Famiglia Cristiana, lontanissima dal mio modo di interpretare i concetti di lettura e scrittura parla del Primo Ministro come di un uomo che “ha dei problemi”. Nonostante ciò il Capo resta lì, nel suo fermo atteggiamento da marchese del Grillo: Io sono Io e voi non siete un cazzo! E Lui, in quanto Lui, si sente in pieno diritto di regalare Audi a nastro, di accogliere showgirl, minorenni (sì, minorenni!) e ministre (sì, ministre!) nel suo harem di gheddafiana memoria, di sentirsi perseguitato dalle toghe rosse, di non rispondere a domande lecite facendo però l’occhiolino alla giornalista bbbona.
Tutta colpa sua? Assolutamente no. Con un’opposizione senza lettera maiuscola, ma che almeno facesse opposizione, il Capo avrebbe passato la mano da tempo. O almeno avrebbe i giorni contati. E invece no. Perché il Capo farà il Capo almeno per altri 8 anni Quirinale escluso se rimarremo fermi ai Bersani, ai Rutelli, ai Buttiglione, ai Cesa. Perché Di Pietro, Vendola e perché no, il signor Grillo sono troppo estremisti per piacere al burattinaio D’Alema, che nonostante molteplici inviti non ha ma detto qualcosa di sinistra. Perché siamo troppo un Paese avanti.
Postato da: Elblondo a 17:18 | link | commenti
italia, politica, televisione
Ma che ora è?
Non ho mai capito quale sia l’ora solare e quale l’ora legale. So che una mi deprime, rendendo Milano cupa e scura accaventiquattro. E che l’altra di converso mi riporta in vita, facendo splendere l’ultimo raggio di sole fin quasi alle dieci della sera. Nella notte tra sabato e domenica scorsa siamo tornati indietro di un’ora, e la mia città ha dato il peggio di sé, attorcigliandosi stanca dentro una giornata grigia, cortissima. Ho inaugurato il periodo con una tisana il cui sapore caldo e rassicurante mi ha indelebilmente ricordato di una persona di cui ancora non ho scritto. Lo farò presto.
Postato da: Elblondo a 19:23 | link | commenti
pensieri, milano
domenica, 31 ottobre 2010
Mar Nero
Film che parte lento. Spigoloso, biancastro, quasi imbarazzante. Poi esplode improvvisamente negli occhi di Dorotheea Petre, protagonista che commuove, esalta, ama e si fa amare. E Firenze diventa Romania, gli spigoli si arrotondano, la speranza prende vita, il cuore riprende a battere. Essenziale. Toccante.
Postato da: Elblondo a 19:24 | link | commenti
cinema
La scrittura mi rende migliore
La sensazione che porta con sé il pensiero “questa la devo scrivere” è impagabile. Sono momenti che rivivono su carta o su Word e restano per sempre, non c’è niente da fare. Scrivo e mi sento libero, i ferormoni viaggiano e vivo ogni millimetro del loro percorso, rendo condivisi dei pensieri magari discutibili, magari criticabili, magari un po’ malinconici, ma miei. E questo mi regala forza, mi rende migliore. E mi fa amare la scrittura.
Postato da: Elblondo a 19:58 | link | commenti
pensieri
Splinder vecchio faceva buon brodo
La nuova versione di Splinder non mi piace. E lo scrivo sul mio blog, che usa questa piattaforma. La trovo poco intuitiva, penalizzante per alcuni aspetti che magari risultano più colorati, ma non più in primo piano, come ad esempio la casella degli ultimi blog aggiornati presente in homepage. Per non parlare poi, nel caso di un post già scritto da passare sul blog, del trasporto dal formato Word alla pagina “scrivi un nuovo post”. Il formato risulta del tutto modificato rispetto alla versione Office dello scritto, le tipologie di carattere proposte sono meno di una decina, e questo infastidisce chi legge più di un post o di una pagina, dovendo passare chessò, da un Times New Roman a un Verdana nell’arco di poche righe. E neanche il comando “incolla da Word” risolve del tutto il problema. Concludendo, mi sembra che il passaggio alla nuova versione di questa bella valvola di sfogo, di questo educato editore rappresenti la prova provata che “modernizzare” non vuol necessariamente dire “migliorare”.
P.s.: in quale formato e in che grandezza apparirà questo post sul blog? Si accettano scommesse!
P.s.: in quale formato e in che grandezza apparirà questo post sul blog? Si accettano scommesse!
Postato da: Elblondo a 17:28 | link | commenti
pensieri
Torna primavera, torna!
L’incessante pioggia di queste ore apre la strada al freddo, alle tisane, alla cioccolata calda, ai caloriferi di casa che non stanno funzionando benissimo, al collega con cui condivido l’ufficio che spalanca le finestre e mi fa ammalare, alla pigrizia, al letargo, a quanto è bello stare sotto le coperte, a quanto è duro il lunedì, all’impermeabile pesante, alla sensazione di poter starnutire in qualsiasi momento, al calo degli ormoni, alle giornate senza sole, senza luce, senza vita, alla voglia che torni la primavera e con lei lo sghiribizzo di voler scoprire il mondo.
Postato da: Elblondo a 20:46 | link | commenti
pensieri, milano
La difficile vita da rockstar
Per un periodo medio – lungo della sua difficile vita da rockstar Vasco Rossi non deve essere stato troppo bene. Dai Blasco, come ti son venute fuori quelle strofe dove hai infilato, senza rispettare metrica e tempo, parole quali “vai a farti fottere”, “vai a fffanculo te e chi non te l’ha mai detto”?!? Suvvia Vasco, autore di capolavori come “Colpa d’Alfredo” e “Albachiara”! Come ti eri ridotto? E se ti eri ridotto male, forse stare un po’ faccia a faccia, pardon faccia a ceramica col water ti avrebbe aiutato più che mettere per iscritto gli insensati improperi che stavi pensando in quel momento di confusione.
Postato da: Elblondo a 17:18 | link | commenti
musica
Il testimone dello sposo
Pupi Avati a volte non riesce ad acchiappare neanche una corda del pensiero di chi guarda. Altre volte riesce a coinvolgerti in maniera totale, assoluta. E’ il caso di questa pellicola non recentissima, un po’ per merito di un grande Diego Abatantuono, un po’ per il magnetismo sensuale e discreto emanato da una splendida Ines Sastre, un po’ per una trama che riesce a dipanarsi veloce e assortita grazie al gran numero di personaggi che accompagnano verso un’happy end scontato, voluto, cercato. L’ambientazione pre novecentesca ovatta i modi, i toni e le parole, non intaccando il livello d’attenzione dello spettatore. Dopo qualche tentativo fallito miseramente, con questo film Pupi ce l’ha fatta: mi ha convinto.
Postato da: Elblondo a 17:49 | link | commenti
cinema
Il fondo del sottofondo del barile
Ho avuto il dispiacere, durante una piacevolissima serata dalla mia splendida vicina di casa, di vedere e sentire il famigerato obbrobrio firmato Barbara Palombelli durante un Tg5 serale. Premettendo che lei non mi scalda il cuore né come giornalista, né come editorialista, né come scrittrice, e quindi lì per lì son partito un pochetto prevenuto, devo ammettere che durante quei 4 minuti non ho creduto alle mie orecchie.
Barbara parte in quarta, recitando male una sorta di lettera aperta a Sarah Scazzi, una robaccia di un patetismo imbarazzante con un tono da monografia stanca. No Palombelli in Rutelli, Sarah non meritava tutto questo, né un’attenzione a dir poco morbosa, rivoltante, senza regole e ritegno, né un tuo penoso, griffato necrologio. E bene ha fatto il direttore di ciò che resta di un telegiornale a richiamarti, riprenderti, dirti che così non va, e che se la cosa ti risulta indigeribile la porta è quella. Ci sono un milione di lavori Barbara, ma la giornalista no, non ti ci vedo proprio. Lo stile non ti manca, ma lo usi solo come referenza. Manchi di tono, di scrittura, di credibilità. Ma visto che ci stiamo abituando a raschiare il fondo del sottofondo del barile, fra qualche giorno forse rimarrà solo il retrogusto amarognolo dell’indignazione.
Postato da: Elblondo a 18:30 | link | commenti
pensieri, televisione, puglia
Una giornata...così!
Da tempo aspettavo una giornata lavorativa così, piena di utenti, appuntamenti, impegni, casini, telefonate, imprevisti, probabilità, in cui è impossibile scambiare un’impressione, un pensiero, un’occhiata con un collega. Una di quelle giornate piene del tiepido sole autunnale che riscalda il giusto rinfocolando il cuore, facendo sentire quanto manca quando, nelle infinite stagioni fredde milanesi, si eclissa assieme alla speranza di vivere un’altra giornata così.
Postato da: Elblondo a 19:41 | link | commenti (1)
milano, lavoro
Ave, trana
Di bestialità in bestialità, di rettifica in rettifica, fino alla verità più sconvolgente, quella lontana dalla mente e dal cuore di qualsiasi essere umano. Il giallo di Avetrana diventa perversione mentale e massmediatica, tocca corde del cervello perennemente dormienti.
La veloce cronaca di qualche post fa dovrebbe essere rimpolpata dagli avvenimenti delle ultime ore, con la figlia dell’assassino implicata pesantemente nella storia più brutta degli ultimi decenni. Quella stessa figlia onnipresente nelle decine di ore dedicate dalle tivù ad un delitto barbaro, troppo disumano per essere raccontato. E invece le reti pubbliche e private, a rotazione, ci hanno proposto senza soluzione di continuità quei volti straziati dal dolore, quelle facce sfiorate dalla vergogna che giorno dopo giorno diventavano sospettate, poi indagate, infine incarcerate. Senza nessun ritegno o dubbio morale, peggiorando un gesto di efferatezza lupina. Con l’inconsapevolezza della peggiore complicità mascherata da diritto di cronaca.
Postato da: Elblondo a 17:05 | link | commenti
pensieri, televisione, puglia
Bentornati mineros!
Un Paese intero riprende fiato dopo 70 giorni di paura, angoscia, timore di non vedere tornare alla luce 33 figli del Cile. Il peggior genere di morte sul lavoro, il peggiore film dell’orrore visto in un luogo quasi desertico dove il sacrificio, il sudore e la fatica facevano il paio con la consapevolezza di essere in grado di sfamare la propria famiglia, portando con sé l’orgoglio di sfidare il sottomondo vincendolo sempre, risalendolo col sorriso sulle labbra tipico di questa popolazione gioviale, sempre allegra.
Una distesa di nulla si trasforma in villaggio della disperazione e della speranza, all’interno di un panorama da racconto di Isabel Allende, che infatti, dopo pochi giorni da quella che poteva essere una tragedia, si materializza fornendo il suo piccolo ma sentito contributo. Le televisioni che seguono la vicenda passo passo danno alla vita un ritmo da reality show.
Molti tentativi falliti e poi la logica più semplicemente complicata, trattandosi di una discesa di 700 metri e di una risalita altrettanto lunga ma speranzosa: quella dell’ascensore. Una battaglia vinta quasi senza fatica, e le lacrime di dolore si trasformano nello sfogo più bello, quello di una gioia a cui non si credeva quasi più.
Postato da: Elblondo a 17:15 | link | commenti
pensieri, lavoro
martedì, 12 ottobre 2010
Sederi stanchi
Che rabbia, che risentimento provo per la gentaglia seduta comoda e stravaccata in metropolitana che non trova il coraggio di alzare lo sguardo e vedere che proprio di fronte a lei, a pochi centimetri dal suo naso, sta in piedi, affaticata ma fiera, una donna in stato interessante. Che pena mi fanno quei sederi stanchi, e il sangue arriva agli occhi in un millesimo di secondo. Soprattutto se la donna incinta non se la sente di chiedere, per troppa gentilezza e stato di grazia, di alzarsi ad almeno uno dei quattro mentecatti totali che, tra l’altro, staranno seduti per tutto il resto della loro inutile giornata, chi davanti a un computer, chi a trastullarsi nel nulla della propria inedia.
Postato da: Elblondo a 20:15 | link | commenti
pensieri, metropolitana, milano
Energia devoniana
Ogni pezzo dei Muse è un brivido, una potentissima scossa di adrenalina che sfiora tutto il corpo. Voce dirompente, chitarra trascinante, ritmo che ti riporta in vita facendoti saltare fino all’ultima nota. “Time is running out” è un pezzo rigenerante, potente, devastante. “Knights of Cydonia”, “Starlight” e “Invincible” confermano lo stato di grazia e l’energia della triade devoniana, che con la sua musica accende una luce in fondo al profondissimo tunnel del panorama musicale attuale, pieno all’inverosimile di ragazzotte pronte a tutto e ometti effeminati.
Postato da: Elblondo a 16:05 | link | commenti
musica
Sarah. E la Puglia si fa amare un pò meno
Ancora Puglia, chè certi fatti restano nella testa, nel cuore, dentro la pelle. Il 26 agosto sparisce ad Avetrana, paesello tutto agricoltura e pettegolezzo nella provincia tarantina una ragazza, stile alla Avril Lavigne, sorriso radioso, fretta di diventare adulta. Subito si capisce che sotto c’è qualcosa di strano, torbido, poco chiaro. I primi punti interrogativi si sviluppano nei confronti degli amici un po’ più grandi, ma si tratterà di parole e poco altro.
Passano i giorni e di Sarah nessuna traccia. La pista più seguita disegna una ragazza labile, facile ai propositi di fuga dal paese. Ma anche questa strada, queste ipotesi non porteranno lontano. Improvvisamente, nel nulla delle ricerche e nel pieno delle preoccupazioni più cupe, quell’affermazione della madre: cercate in famiglia. Iniziano interrogatori serrati seguiti da una scoperta che sarà la chiave di questa storia assurda, imbarazzante, da brividi: lo zio Michele trova il cellulare di Sarah in circostanze quantomeno sospette. A scoppio ritardato lo si può dire: quella era una confessione di un uomo stravolto dal peccato e dai rimorsi.
Gli interrogatori e gli interrogativi continuano, fino alla svolta di mercoledì in tarda serata e le confessioni sconvolgenti del fidato zio, del marito della sorella di una mamma straziata e immobile, disperata e incredula. Sarah era sepolta da quel 26 agosto in uno degli innumerevoli pozzi della zona, sgozzata, seviziata, nuda, fredda. Rapinata dei suoi 15 anni, della sua vita, della sua ingenuità da chi conosce la brutalità ma non vede la fine della sua stessa tumorale ignoranza.
Ciao anima bella, che la tua mano guidi impietosa chi dovrà comminare una pena esemplare a una bestia infame, meschina, senza cervello né vergogna.
Postato da: Elblondo a 11:20 | link | commenti
pensieri, puglia
Se l'idea giusta non basta più
La cronaca pugliese in questi ultimi giorni propone una cospicua quantità di spunti. Scriverò dei due suicidi all’altezza della stazione ferroviaria di Ostuni. Due uomini, entrambi alla disperata ricerca di lavoro da tempo immemore, cedono alla frustrazione e decidono che la morte è più forte, è più facile della vita. Conoscendo la realtà lavorativa di quella zona, dove ormai non basta più neppure avere l’idea giusta, il lampo buono, posso dire che l’inedia a volte si presenta non invitata, e fa balenare strane idee.
Da un altro punto di vista, e qui sviluppo la mia critica forte e decisa, l’odore di marcio parte da molto, molto lontano. Da quella consapevolezza che viene regalata agli adolescenti assieme ad una promozione facile sin dalla Maturità, sin dalle scuole superiori. Ho visto dei 100 all’Esame di Stato che rasentavano l’analfabetismo, e quel 100 oltre ad essere un numero è un macigno sul futuro. “Ma come, alla Maturità ho preso 100, mi sono laureato all’Università di Bari / Lecce col massimo dei voti e non trovo lavoro???” è la domanda che spesso risuona tra gli uomini e le donne della mia ridente terra. E io provoco: già, ma un 100 del classico di Ostuni “pesa”, “vale” quanto un 100 del Berchet? Un 110 e lode controfirmato dal Magnifico Rettore dell’Università di Bari ha la stessa valenza dello stesso voto conseguito alla Statale di Milano? Gli sguardi di odio sono immediatamente successivi a queste domande retoriche. Come l’atteggiamento sbigottito di chi mi ascolta, della serie “ ma come ti permetti?”.
Beh amici pugliesi, fin quando la gente laureata con 110 e lode decide di lanciarsi sotto un treno le mie domande hanno ragione di esservi poste. Che poi, la disoccupazione non era mica stata vinta in maniera definitiva dal Governo in carica, nonostante i danni lasciati dagli esecutivi precedenti?
Postato da: Elblondo a 16:24 | link | commenti
pensieri, lavoro, puglia
Disguidi alitaliani
Alitalia è una compagnia favolosa. Sono unici nel loro genere e nelle loro qualità: dopo averti fatto inserire tutti i dati sensibili possibili ti avvisano che la tua Postepay non ha superato i loro controlli di sicurezza (e quali mai saranno?); tu pensi “ok ma che pppalle però, devo rifare tutta la procedura di acquisto del biglietto”; la tua carta continua a trovare un muro davanti a sé; il biglietto non è prenotato e non lo sarà neppure a breve. E fin qui, sbattimento senza patemi economici.
L’unicità della compagnia di bandiera si manifesta all’atto della richiesta del saldo disponibile sulla tua carta prepagata: la Postepay, che non aveva superato i controlli di sicurezza e che mi rendeva inabile all'acquisto di un biglietto aereo, seppur “insicura” rende i signori della New Company abili di scalarmi, in ogni caso, l’importo del biglietto mai acquistato. Inarrivabili. Immarcescibili. Imbarazzanti.
In quale farmacia si starà rifornendo di Viagra il deficiente che ancora si fregia dell’italianità della suddetta compagnia di bandiera? Torna, oh Air France, mostra come si tratta un cittadino ai poveracci che tengono alto l’onore e al sicuro il portafogli.
Postato da: Elblondo a 19:30 | link | commenti
pensieri, italia
Macumbe sotterranee e sindachesse incandidabili
Lo ammetto: viaggiare sotto terra non mi fa impazzire. In metropolitana mi confronto giornalmente con la varietà umana, ma la cupezza delle gallerie, la velocità che ho sempre ritenuto eccessiva dei convogli, i troppi, troppi, troppi suonatori di qualunque strumento emetta un brusio non mi hanno mai riempito di entusiasmo.
In questo periodo poi le metropolitane milanesi sembrano in balia di una serie di macumbe. Prima l’allagamento della linea 3 causato dall’esondazione del Seveso che ha reso possibile ciò che ritenevo impossibile: arrivare al lavoro più in ritardo di quanto io già non facessi. Poi, l’altra mattina, un paio di frenate brusche in San Babila e patatrac, linea 1 ferma sul più bello, all’ora di punta.
E fu così che l’imprevedibile, immarcescibile, incandidabile sindachessa Lety, alla notizia degli inconvenienti spiazzò i suoi collaboratori tutti indaffarati nella stanza dei bottoni: “Caspiterina! Acciderboli! Ma allora è proprio vero che a Milano ci sono le metropolitane! E io che non ne sapevo nulla!”.
Postato da: Elblondo a 15:10 | link | commenti
pensieri, metropolitana, milano, lavoro
Lei mi odia
Spike Lee. Un nome, un cognome, una garanzia. Un film oltre gli schemi, che ti fa sprofondare fin dentro le viscere della realtà afroamericana. Il successo, la caduta, l’infamia, la lenta rinascita. Il tutto shakerato dall’ironia e dalla sagacia dell’immenso Spike, che con gli occhi ti fa arrivare dove col resto del corpo non puoi. Pellicola che si fa beffe degli schemi; dell’amore uomo – donna che diventa prima l’amore uomo – donne, poi l’amore donne – donne, infine l’amore padre – figlio; di una Monica Bellucci tutta cerone e mmmmafia. Lee lancia un messaggio edificante e a cuore aperto, con una tonnellata di idee e anni d’anticipo rispetto a “La ricerca della felicità” di produzione mucciniana. Due ore e diciotto minuti vicinissime al capolavoro assoluto.
Postato da: Elblondo a 22:48 | link | commenti
cinema
E l'acqua santa diventò minerale
Nelle stanche cronache di fine estate, attente più all’ultimo insulto o all’ultimo gestaccio del politico X al politico Y che a fatti realmente rilevanti, l’arresto di tal Byron Moreno è passato quasi inosservato. Sì, proprio lui, l’arbitro che nell’anno di grazia 2002, sotto evidente pressione mollò un calcione ben assestato al Trap, ad Abete e a uno dei Mondiali azzurri più sbiaditi della storia. Non che Byron fosse uno stinco di santo né una persona troppo sveglia, ma farsi beccare con 6 Kg di eroina all’aeroporto dimostra una volta ancora quanto il personaggio sia controverso, a tratti ridicolo.
Me la ricordo bene quella fresca mattinata di giugno. L’ottavo di finale con la Corea del Sud fu accolto con entusiasmo dai 56 milioni di commissari tecnici italiani. Tutti, nessuno escluso, dimenticavamo che la Corea era padrone di casa, e che l’altra Corea, quella del Nord, nel Mondiale inglese ci fece fare una figuraccia storica. Fatto sta, pronti via e l’arbitro Moreno inizia il suo show. Metto insieme i fatti non in ordine cronologico: rigore regalato ai coreani, atteggiamento di superiorità nei confronti di qualunque cosa avesse una tonalità azzurrognola, sorrisino impertinente, corsettina da pensionato, fuorigiochi inesistenti, espulsione imbarazzante. Golden gol. Ahn Jung Hwan, onesto manovale del pallone militante nell’italianissimo Perugia Calcio, fa il miracolo, trasformando l’acqua santa di Trapattoni in una modesta minerale.
Peggio andò alla Spagna nel quarto di finale più imbarazzante nella storia di un Mondiale di calcio. Indovinate contro chi? Esatto, contro quella stessa Corea in vena di regali milionari ai fischietti e ai loro collaboratori. Ma la storia non dimentica, e sia Italia che Spagna sono state rimborsate. Con 4 e 6/8 anni di ritardo, riempiendo il cuore di quasi 100 milioni di persone con la gioia pallonara più grande. E l’arbitro Moreno? Già me lo vedo, imbolsito e un po’ tristarello, in una gattabuia ideale. Quella che quasi 60 milioni di italiani infoiati gli costruirono con la mente, in quella fresca mattinata di inizio estate.
Postato da: Elblondo a 11:37 | link | commenti
pensieri, italia
Uomo d'acqua dolce
Una favola. Quasi un film neorealista. Uno sguardo bambinesco sulla mia meravigliosa Milano e sulla vita. L’ennesimo capolavoro di Antonio Albanese.
Postato da: Elblondo a 16:37 | link | commenti
cinema
Ode a Milano...e alle mie colleghe
Sono bastati tre giorni di mare cercato e riparatore, che mi hanno aggiustato l’umore e il raffreddore, bucandomi le tasche. Dopo tre giorni di ferie, al rientro al lavoro, sulla mia scrivania oggi troneggiavano festanti una marea di fogliettini millecuori scritti dalle colleghe femminucce che mi chiedevano di tornare presto, e una tastiera del computer vandalizzata, resa simpaticamente inutilizzabile dai colleghi maschietti. E’ la goliardia, è il lavoro, è Milano. Uno per tutti, tutti per uno, ognuno per sé.
Città mia, mi sei mancata. Solo tu, fredda fuori, bollente dentro, austera e un po’ mestruata, riservi questa strana sensazione a chi ha l’innata capacità di seguire il tuo respiro.
Postato da: Elblondo a 23:39 | link | commenti
pensieri, milano, lavoro, puglia
mercoledì, 22 settembre 2010
Sanguepazzo
Mentre Luca Zingaretti si agita, spiritato e finto, Alessio Boni prova a recitare e Monica Bellucci geme e bofonchia, bofonchia e geme. Due ore e mezzo di fotografia ricercata, la laguna come acqua per allungare un brodo che sarebbe risultato già un po’ annacquato se si fosse trattato di un cortometraggio.
Postato da: Elblondo a 18:19 | link | commenti
cinema
Il pesce spada più buono in assoluto...
L’ho mangiato a Milano. Sì, proprio a Milano! Smog, inquinamento acustico, gente “sociopatetica” e pesce spada buono. Nel profondo Nord della città c’è un ristorante di pesce con la R maiuscola; lo gestisce un ridanciano ragazzo cinese, e quindi già vedo volti dei lettori disgustati e fame che passa. Invece no, il localino in questione è stato recensito favolosamente dal critico culinario milanese del Corriere della Sera, che lo ha incensato di lodi e voti alti. Con i colleghi di lavoro lo frequentavamo già da tempo, e quindi la critica positiva non è stata una sorpresa.
Ma torniamo al pesce spada di oggi: grigliato al punto giusto, saporito, carne tenera e di giornata, nessun effetto collaterale successivo (che invece compare improvvisamente se penso da quanti giorni è lì un pesce spada presentato come “fresco” su un banco pugliese…PUGLIESE!!!). Corredando il tutto con un risottino ai frutti di mare prima, un buon vinello bianco durante e un tiramisù dopo, 12 Euro. No, non è un refuso, né un errore “di stompa”: gli Euro pagati sono stati proprio 12. Qualitativamente e quantitativamente non è un prezzo onesto, né di favore. E’ un trattamento meraviglioso.
Postato da: Elblondo a 19:21 | link | commenti
milano, lavoro, puglia
E' qui che casca la cultura cattolica!
Da due mattine a questa parte, durante il tragitto che mi porta al lavoro, capita di sedermi al fianco di un ragazzo che legge il Corano. Stessa maglietta rossa con una non meglio definita macchia all’altezza della pancia, stesso sguardo attento a quei segni lontani e indecifrabili, stessa discesa praticamente al volo dal treno, tanto la lettura era fitta. Sguardi un po’ interrogativi da parte degli altri passeggeri, ma il ragazzo ha gli occhi buoni, da studioso della dottrina. La stessa scena si può notare giornalmente su mezzi pubblici circolari milanesi quali la 90/91 e la 95.
A parer mio è qui che casca la cultura cattolica: mai visto un adolescente italico che legge un testo sacro in un luogo pubblico. Giornali porno sì, trastullamenti in prima visione sì, cartaccia da gossip sì, sguardi spenti da rave nelle orecchie sì, free press a tutta birra, ma testi sacri no. Dio solo sa quanto siamo non proprio vicini io e lui e quanto l’agnosticismo sia preponderante in me, ma è anche da questi minuscoli segnali che prendono spunto prima l’integrazione forzosa, poi l’accerchiamento, infine la ghettizzazione del preesistente.
Postato da: Elblondo a 20:03 | link | commenti
pensieri, metropolitana, milano, lavoro
Essere amato nella Milano tutta ghiaccio e fibrillazione
Sentire che ti si vuole bene è una bella sensazione. Sono bastati due giorni di assenza dal lavoro a causa di una sventura a lieto fine accaduta a due membri della mia famiglia acchiappaguai, e al rientro il mio ufficio ha visto un susseguirsi continuo di visite paragonabili al “dovere” di pugliese memoria. Ed è stato tutto un chiedere, informarsi, essere solidali e preoccupati. Non lavoro esattamente nella valle dell’Eden, i bastoni tra le ruote e i sorrisi finti come una banconota da 7 Euro sono all’ordine del giorno, eppure non ho visto falsità, non ho notato opportunismo. Sono solo molto amato, come qualcheduno dice di me, ed è anche per questo che mi è stato concesso un rientro “lavorativamente supersoft”. Ho spiegato a colleghi, ad amici, cosa è successo domenica scorsa. E li ho sentiti vicini. Succede anche questo, nella Milano tutta ghiaccio e fibrillazione.
Postato da: Elblondo a 11:19 | link | commenti
pensieri, milano, lavoro, puglia
Avere vent'anni
In una giornata così, che spezza le gambe, toglie il respiro e te lo ridà improvvisamente, potrei scrivere di tutto. Potrei scrivere di un incidente fortunatamente senza conseguenze ma dall’impatto emotivo fortissimo, e invece scrivo di un altro, crudo, durissimo fatto di giornata.
Il decesso di Shoya Tomizawa durante una stupidissima corsa in moto mi è parso un avvenimento troppo incredibile per essere vero, troppo “in diretta” per non bloccare tutto. L’adolescente è scivolato su un cordolo del circuito di Misano durante il Gran Premio di Moto2, ed evitarlo, per i due piloti che lo seguivano a pochissimi centimetri di distanza è stato impossibile. L’hanno preso in pieno, calpestato, colpito, lasciato inerte sull’asfalto. Lì per lì sembra surreale. Ma la morte di Shoya, diciannovenne di belle speranze e poche parole è arrivata per davvero, poche ore dopo.
Postato da: Elblondo a 16:11 | link | commenti
pensieri, televisione
Settembre, tempo di frenesia e curiosità del domani
Settembre. Milano riparte impietosa. Le auto ricominciano a riappropriarsi delle strade, la frenesia corre veloce nelle gambe di chi è a piedi, i negozianti tolgono la polvere dalle vetrine. Non tutti sono pronti, molti volti sono rosolati e stanchi. Il sole, sensibilmente più freddo di quello di luglio, tira su il morale quanto basta, come le giornate ancora lunghe. Nei locali da aperitivo resistono i tavolini all’aperto.
Bisognerà fare un respiro lungo fino a Natale per arrivare alle prossime ferie, prendendosi un intervallo dall’ipnosi lavorativa grazie a qualche weekend lungo e benedetto. E se fino a qualche anno fa questo periodo mi regalava malinconia e pensieretti, da un po’ di tempo a questa parte la curiosità del domani, coi suoi imprevisti, i suoi interrogativi ma anche le sue aspettative e le sue belle sorprese inattese, ha nettamente la meglio.
Postato da: Elblondo a 19:34 | link | commenti
pensieri, milano, lavoro
Solo un padre
Arriva al cuore, nonostante gli attori non proprio da Actor’s Studio. Tanti volti teletrasportati da “Camera cafè”, “Un medico in famiglia”, persino dal Grande Fratello. Proprio da quest’ultimo laboratorio generatore di demenza è venuto fuori una buona faccia, un bel sorriso: Luca Argentero. Volto pulito, regala un’espressione anche ai momenti più complicati. Bravo. E brava anche Diane Fleri, che con quell’accento francese e quelle erre così arrotolate si fa piacere assai.
Tornando al film, trama sorridente ma drammatica, caricaturale ma mai eccessiva, attorcigliata ad una Torino fredda, grigia, odiabile. Il tutto è aiutato da una colonna sonora di altissimo livello. Frutto da esportare per pulizia e bellezza.
Postato da: Elblondo a 21:42 | link | commenti
cinema
Vienna, il rientro e la voglia di ripartire
Vienna fu il mio primo viaggio “da solo”. Avevo 17 anni e una palese cotta per una ragazza di cui ho già scritto in queste pagine. La capitale austriaca fu la scusa buona per farmi fare la mia prima carta d’identità, per annunciare allo Stato italiano, in via ufficiale, la mia presenza. Viaggio interminabile, in treno. Arrivo in quella che a prima vista mi parve una megalopoli. Ricordo gli odori, molto meno netti ed invasivi di quelli milanesi; un’enorme quantità di mezzi pubblici di superficie; la metropolitana gracchiante dalla quale uscire aprendosi personalmente le porte; una vita notturna movimentata ed underground; una sensazione di pulizia che Milano, a più di 10 anni di distanza, ancora non riesce a regalarmi; la gente silenziosa; il “tic – toc” dei miei passi nella Stephansplatz, muta e fredda come e più della gente; il Prater, un po’ parco un po’ distesa di nulla, affascinante e altero.
La consapevolezza d’indipendenza, quel sentore che ti pervade quando ti confronti con qualcosa di nuovo, mi rimase in bocca e nelle narici per intere settimane. Era la prima volta che lo assaporavo, e ne rimasi inebriato. Tanto che al rientro a Milano sarei stato pronto per partire verso una nuova avventura. Ma ero solo in Quarta Superiore…e la scuola, in quanto contenitore della mia palese cotta, mi aspettava.
Postato da: Elblondo a 13:14 | link | commenti
viaggi
Tarantolato a distanza
E’ la notte della Taranta. L’ho vissuta dal vivo, a Melpignano, nell’attivissima provincia leccese, qualche estate fa in compagnia dell’amica di una vita. E’ la magica notte in cui tutto prende ritmo, in cui un’orrenda e pericolosa superstrada viene chiusa a 15 chilometri dal paesino di 1.500 anime che stanotte conterà più di 100.000 cuori ballanti, è il tardo pomeriggio del parcheggio in una tenuta di campagna in cambio di una damigiana di vino buono.
E’ la notte delle tradizioni riscoperte, di una melodia che trascina ed unisce, che fa saltare e stare bene. Finisce sempre troppo presto, dura sempre troppo poco. Rende fieri di essere di quella terra, spesso trattata male da chi non ne è degno. Per tutto il Salento è “la notte”, e basta. E vederla in streaming su un qualsiasi sito come farò tra poco non avrà lo stesso sapore, ma mi farà sentire lì.
Postato da: Elblondo a 20:01 | link | commenti
musica, puglia
Storace o Vendola per Casini pari sono
Pierferdinando CASINI. Non c’è cognome che meglio descriva quest’uomo. L’ultimissima che lo riguarda è un pensiero profondo, da politico con le idee chiare. Una profondità di questo tipo: “Alleanze? Non precludo nessuna possibilità”. Geniale. Giusto per mettere nero su bianco la sua posizione nei confronti dei poveretti che hanno votato il suo schieramentino: Storace o Vendola? Andrebbero bene entrambi.
Un piede in due staffe, in attesa di chissà quali promesse provenienti da una parte o dall’altra. Non importa con chi, l’importante è cosa si riceve in cambio. Che roba brutta. E pensare che qualcuno vota ‘sta gente. Che fin quando vanterà una “x” su una qualsiasi scheda elettorale, a Venaria Reale o a Cefalù, si attaccherà a quella preferenza come fosse un giustificativo, un motivo per esserci e riempire veline con bestialità assortite in funzione di come gira il vento.
Postato da: Elblondo a 16:45 | link | commenti (1)
italia, politica
martedì, 24 agosto 2010
Dall'arbitro cornuto ai complimenti ossequiosi
Il saper modificare registro, passando dal dialogo alto al dialogo basso è una capacità che esercita un enorme fascino nei miei confronti. E mi esercito a mia volta, soprattutto durante la settimana: mi piace molto lo svariare da un’utente che ha bisogno di informazioni basilari per il suo futuro al cicaleccio causato dalla tal segretaria che è lì in quanto portento da sottoscrivania. In effetti presso il mio posto di lavoro il Dialogo basso ha per l’appunto la D maiuscola; il pettegolezzo è torbido e infarcito di orridi stereotipi, del tipo “uomini tutti arrapati, donne tutte meretrici”…Il lunedì poi il calcio è il punto di riferimento del dialogo basso, e anche qui tra un rigore sbagliato, un arbitro cornuto e un interista/milanista/juventino di cacca le acrobazie sessuali della velina di turno non possono mancare.
Il dialogo alto è affascinante per l’eleganza che lo accompagna, per quel florilegio di “Prego…No si figuri, prima Lei” che fanno della chiacchierata un bouquet di complimenti ossequiosi. Chi ha l’innata capacità di non tramutare il dialogo alto in scambio fantozziano è il Re del genere, paraculo per definizione e mise. Comicità e risate a stento trattenute (e, a volte, non trattenute affatto) genera, al lavoro, il classico tipo da dialogo medio/basso che per darsi un tono si cimenta in una sottospecie di dialogo alto, dando dei “dottori” anche ai commessi adibiti a manutentori di stampanti, salvo poi tradirsi dopo l’uso del primo tempo verbale che non sia il presente: “Dottò, se troverei lavoro…”. Se trovassi Gargiulo, se trovassi.
Postato da: Elblondo a 19:10 | link | commenti
pensieri, milano, lavoro, sorriso
El casalingo
Domenica tutta dedicata alle pulizie casalinghe. Mi sono persino messo a pulire le piastrelle del bagno! Poi, visti i buoni risultati, ho proseguito con la bonifica della “zona rifiuti”: i contenitori di carta, plastica e umido ora brillano di luce propria. Il secondo pomeriggio sarà il momento buono per pulire a terra e rassettare il cucinino, parte della casa che mi sta dando più problemi dopo il rientro estivo: il diluvio ferragostano ha reso definitivo il danno preesistente, squarciando in più pezzi l’intonaco che è caduto senza troppi complimenti sul piano cottura. Il padrone di casa in questi giorni è al mare come buonissima parte della popolazione milanese, ma al suo ritorno non la farà franca nemmeno stavolta. Ogni magione ha i suoi problemi e le sue pecche, ma questa, in un anno, ha dimostrato di averne decisamente troppi.
Postato da: Elblondo a 14:55 | link | commenti
casa, milano
Fortapàsc
E’ un film bellissimo. Mi ha fatto commuovere. Sorridere. Arrabbiare. Capire. Fino a quando l’arma gentile della parola sarà sconfitta, barbarizzata, uccisa dal ferro del forte di turno, film come Fortapàsc avranno un senso. Da vedere e far vedere, soprattutto nelle scuole. Regia perfetta. Tempi perfetti. Attori perfetti. Meraviglioso.
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cinema
Uno stile di vita irricevibile e poi...Milano
Rientro dalle vacanze in una Milano che sembra immobile, già autunnale. Venti giorni di Puglia mi lasciano nella memoria i volti che ho voluto vedere e quelli che sono sfuggiti, per uno sguardo in meno o per assenza; poche facce nuove ma tutte da ricordare; ancor meno stimoli intellettuali; un po’ di magone; la consapevolezza di conoscere tutti i ragazzi della mia generazione, ma di essere legato a pochissime anime brillanti e attente. Lo stile di vita dell’Alto Salento è invidiabile ma irricevibile, per tempi e modi. E Milano, con le sue mille cose da fare già il primo giorno, te lo fa capire senza troppi giri di parole.
Postato da: Elblondo a 16:09 | link | commenti
pensieri, milano, puglia
Il capo del gabinetto sono io!
Poteva mancare, pochissime ore prima della partenza per le agognate vacanze estive, l’imprevisto? Assolutamente no, non a casa mia. E così, ieri sera faccio la pipì prima di andare a festeggiare la laurea di un’amica, e un oscuro presagio fa la sua indegna comparsa. Tiro lo sciacquone e l’acqua non scende giù, ma fa il cosiddetto laghetto, portatore di un’avvisaglia concreta: il wc si era otturato. Ma caspita, eppure sono molto attento a non buttare giù chilometri di carta igienica, e le ultime “sedute” non erano state di portata rivoluzionaria…Sbuffando e imprecando sottovoce, rinvio il “lavoro sporco” a data da destinarsi senza pensare, lì per lì, che non potevo procrastinare il tutto troppo in là…C’è un aereo che mi aspetta!
Al lavoro mi informo sul da farsi: come agire? Come dribblare l’idraulico di turno che mi avrebbe smembrato i nervi e il portafogli? Il suggerimento principe, quello che mi ha letteralmente salvato da una violenta crisi di panico, è anche il rimedio più semplice: una pentola d’acqua bollente, qualche manata ben assestata con lo scopettone, e il gioco è fatto. Gabinetto, volevi rovinarmi la partenza? Non ce l’hai fatta! Tiè!
Postato da: Elblondo a 19:04 | link | commenti (2)
casa, milano
E dopo "Sfide", tutti a nanna...
L’altroieri, dopo una bella serata con un amico più che con un ex collega, guardavo “Sfide” su Raitre. Il format mi è sempre piaciuto, il genere divulgativ – sportivo riesce ancora ad inchiodarmi davanti a quel pezzo di plastica chiamato televisione. E’ indubbiamente un’ora ben fatta, precisa, contenente storie e accompagnamento musicale ogni volta da ricordare. Una delle pochissime produzioni di Mamma Rai che riesce a farsi guardare.
Lo speciale sui Mondiali 2006, i 50 minuti dedicati alle leggende dell’apnea, la puntata su Roberto Baggio, grande calciatore, grande uomo, quella dedicata a Nadia Comaneci, bambina prodigio prima, ginnasta di regime poi, mi sono rimaste negli occhi. Dalla voce fuori campo mai un aggettivo che non sia al suo posto, mai una mancanza di fonte. Nonostante l’ora abbastanza tarda in cui viene trasmesso, “Sfide” non conosce cali d’attenzione. Il sottotitolo “lo sport come non l’avete mai visto” rende perfettamente l’idea. Titoli di coda. Applausi scroscianti.
Zapping. Su Canale 5 c’è il faccione di Alessio Vinci (Alè, ma non potevi rimanere alla Cnn? Eri così bravo, ti stimavo tanto…). Fa un cappello di mezz’ora sull’approfondimento di qualità, e poi intervista l’ennesimo morto di fama. Meglio spegnere.
Postato da: Elblondo a 14:24 | link | commenti
televisione
La cowgirl, la platinata e la scrittrice
Stamattina sul mio treno in metropolitana c’erano la cowgirl, la platinata e la scrittrice.
La cowgirl mi era proprio seduta di fronte. Bellezza prorompente, sguardo malinconico e un po’ menoso, del tipo “se mi guardi ancora ti prendo a stivalate”, fisico perfetto e proporzionato.
La platinata invece era in piedi, ed emergeva per maneggevolezza, cura dei particolari e sguardo ammaliante. Quasi imbarazzanti la ricercatezza della scarpa con tacco e inserti brillanti e l’attenzione spasmodica alla lunghezza delle unghie delle mani, curate e tagliate con precisione millimetrica.
La scrittrice era seduta stancamente alla mia destra. Bellezza diversa dalle altre due, meno aggressiva, meno evidente. Quella penna e quel blocchetto tra le mani le regalavano un’aria estraniata. La scrittura incomprensibile un che di misterioso, da decifrare. Ho tentato l’impresa, ma sul più bello il conducente con voce gracchiante ha annunciato “Capolinea, si prega di scendere”. Ed è iniziata una nuova giornata.
Postato da: Elblondo a 15:12 | link | commenti
metropolitana, milano
Proust, Valentino Rossi e Gunny
“Anche se potessi non tornerei più a vivere a Venezia: è marcia! Questi colori glieli dà il marciume che la divora da secoli. Muore! Tornerà ad essere il fango che era”. “E’ proprio questo che la fa bella, ma non tutti possono capire. Bisogna avere in sé il senso della morte”. Dialogo tra la meravigliosa Florinda Bolkan e Tony Musante, “Anonimo veneziano”
Nella vita della maggior parte delle donne tutto, anche il più grande dolore, fa capo alla messa in prova d’un abito nuovo. Marcel Proust
Le donne sono tutte intelligentissime, ormai. Ecco perché piacciono meno. Io difendo la mia dose di stupidità. Nina, ovvero Florinda Bolkan, “Metti, una sera a cena”
Lei è un ribelle convenzionale, di quelli che strillano per ottenere poi, cose alle quali noi già da tempo abbiamo rinunciato. Un ribelle autentico è solido, se ne sta seduto, zitto, e si rifiuta recisamente di entrare nella mischia. Michele, marito di Nina, a Ric, amante della stessa, “Metti, una sera a cena”
Quando vai via da un posto, rimangono solo i ricordi che hai lasciato nella vita degli altri. Elisabeth, “Un bacio romantico”
Speriamo che per un po’ non vinca nessuno. Valentino Rossi dopo il volo del Mugello. Un genio
Se chist’ tineva la barb’, era uguale a me. Il Maestro Massa su Lucia Annunziata
Io sono cattivo, incazzato e stanco. Sono uno che mangia filo spinato, piscia napalm e riesce a mettere una palla in culo a una pulce a 200 metri. “Gunny”, ovvero Clint Eastwood, si presenta
“Io sono neorealista”. “Ah…Pensavo stronzo, veramente”. La ricercatezza un po’ ostentata di Alberto, ovvero Antonio Albanese, e la schiettezza coatta di Rossana, ovvero Micaela Ramazzotti, “Questione di cuore”
Siamo più alti del cielo! Lo stupore di un bambino al primo volo, verso la Puglia
Io caco alla mattina. Le condivisibili abitudini di Bruno, confessate col fruscio delle onde nelle orecchie
Postato da: Elblondo a 14:55 | link | commenti
citazioni
Bruno
Bruno è mio fratello. Non di sangue, ma è come se lo fosse. E’ da più della metà dei nostri anni che ci conosciamo e il passare del tempo è stato direttamente proporzionale al volerci bene, al sentirci vicini, al ridere del ridicolo e al tirarci su nei momenti complicati.
Questo rapporto di amicizia nasce estivo: un amico comune porta Bruno “il romano” al campetto in brecciolino (un misto di sassolini e terreno duro) dove da ragazzetti si passavano intere giornate, dalla prima mattina al tramonto, correndo dietro ad una palla di fortuna che sembrava veloce come le onde del mare che si infrangevano a pochi metri da noi. Bruno ha gli occhi grandi e un volto sincero, a cui dare subito fiducia. All’epoca poi il fatto che si integrasse alla grande negli schemi della squadra era un aspetto fondamentale.
Passano le estati, il campo di gioco diventa prima una meravigliosa pineta oggi divenuta terreno edificabile dove si è costruito a tempo di record, poi, con i primi soldini, ci si comincia a poter permettere i campi “professionali”, quelli con le porte e l’erbetta in sintetico. Ci si conosce un po’ meglio; Bruno è un insieme di esperienze e pensieri condivisibili. I componenti della squadra originaria poco a poco si allontanano, Bruno rimane, confermando che con gli anni magari si manifestano sul volto i primi peli della barba, ma la gentilezza nei modi, la capacità di ascoltare, un innato senso di mediazione non vanno più via. Bruno diventa un punto di riferimento, la prima persona a cui confidare paranoie, un nuovo amore, soddisfazioni, esperimenti, piccoli sbagli, grandi delusioni, dubbi sul futuro, certezze che vengono dal passato. E “il romano” ascolta e tira su riuscendo a far terminare la telefonata o la chiacchierata sempre con un sorriso, con uno sguardo fiducioso verso quel domani che troppo spesso appare buio, con vie d’uscita che si intravedono a distanze siderali. La mia preoccupazione e il mio urlo conseguente “LE FAMIGLIE! I BAMBINI!” diventa tormentone estivo e consapevolezza di essere diventati grandi.
L’esperienza universitaria fa compiere un altro passo alla nostra fratellanza. Dal mio punto di vista spostarsi da Milano per studiare era un po’ come tirarsi una zappa sui piedi; a Milano è presente persino la Facoltà di Scienze del Panino, fare lo studente fuori sede non sarebbe stato saggio. Bruno invece, proveniente da un piccolo paese del Lazio, lo studente fuori sede doveva farlo per forza. Scelse Perugia, cittadina universitaria piena di distrazioni e belle ragazze. Quando lo andai a trovare rimasi folgorato dalle persone che lo circondavano, gente bella e pulita dentro come lui, e capii che qualcosa, in quegli anni, me lo stavo perdendo. C’era una situazione di condivisione totale, senza differenza tra studenti e studentesse. Il mio letto era il tuo, il mio pranzo era il tuo, la mia birra era la tua, i miei appunti erano i tuoi. Un modo di concepire la vita, lo studio, lo svago che a Milano non è solo inconcepibile. E’ rivoluzionario. Pensai che Bruno aveva fatto la Scelta, e ne ero felice. Ero felice che avesse trovato un coinquilino come Danilo, una persona come lui, che oggi guarda entrambi da lontano guidandoci nelle piccole decisioni di ogni giorno, mettendoci il suo sorriso pulito e i suoi occhi malinconici. Scriverò anche di questa persona straordinaria, prima o poi.
Passano altri anni. Termina l’esperienza universitaria. Vado a vivere da solo. Bruno è il fratello che vede la mia prima casa ancor prima della mia vera sorella, tanto per dire. Io e Bruno siamo sempre stati più che amici, ma in questi ultimi anni questo bel rapporto è divenuto ancor più forte, ancor più solido. Bruno è il “parente” che mi viene a prendere all’aeroporto di Brindisi ad ogni santa festa comandata, ogni santa vacanza, mentre mia madre è sulla spiaggia. Siamo cresciuti insieme, e non cresceremo mai abbastanza per poter dire di aver finito di condividere qualunque sfaccettatura della vita.
Postato da: Elblondo a 19:34 | link | commenti
pensieri, casa, milano, puglia
Bonarda e salamelle a pochi passi dalla città
La sagra dell’estate di Rodano Millepini è la prova provata che basta poco, basta uscire di qualche centinaio di metri da Milano perché il panorama cambi, l’aria cambi, la gente cambi. Ci sono stato ieri sera, e subito sono rimasto folgorato da queste case monofamiliari a due piani con giardino e da un’aria tersa che quasi pareva marina.
Mi ha invitato un amico che non vedevo da tempo, uno di quelli che fa sempre enorme piacere vedere, un ragazzo pulito nella testa e nei modi che ha trovato sulla sua strada una donna meravigliosa quanto lui. Non mi aspettavo che la compagnia fosse così spropositatamente enorme, eravamo una buona ventina, di cui una mezza dozzina di belle pulzelle. All’interno di un piazzale frizzante come la Bonarda servita in brocche dominavano il profumo delle salamelle e i gridolini felici dei bimbi, e Milano pareva un ricordo lontano svariati gradi centigradi.
Postato da: Elblondo a 16:11 | link | commenti
milano
sabato, 03 luglio 2010
Il pop lirico della mia preadolescenza
I Roxette mi ricordano il periodo più scalmanato e imprevedibile della vita, la preadolescenza e l’adolescenza. La prima ha come colonna sonora indiscussa “Crash, Boom, Bang”, un pezzo dalla forza dirompente, esaltante, liricamente pop. La seconda porta insita dentro di sè “Wish I could fly”, canzone che per l’appunto fa volare con la mente, con il cuore, “sopra questa città, seguendo te, per capire chi sei veramente”, portandoti via per 4 intensissimi minuti. Insieme ai Royksopp e a Bjork, che ho scoperto e amato molto tempo dopo, i Roxette riescono a rilassarmi e a darmi adrenalina, a riposare la mente e a stimolarla.
Postato da: Elblondo a 12:43 | link | commenti
musica
Il Mondiale sudafricano: un mese di rivincite e vuvuzelas
Me l’ero ripromesso: non scriverò nemmeno un post sui Mondiali di calcio. E invece no, come volevasi dimostrare: eccolo qua.
La luce negli occhi dei sudafricani mi sta facendo impazzire; quelle pupille trasmettono una gioia di vivere incomparabile, una capacità di festeggiare sconfinata, una voglia di esserci e sorridere quasi aliena. Ok, suonano le fastidiosissime vuvuzelas, che propagano nell’aria un rombo mixato, tra il trombone stonato e il fischio nelle orecchie. Non esattamente musica lirica, dunque. Ma si fanno perdonare con degli stadi europei, con un’organizzazione europea, con un inverno europeo.
Del calcio giocato non scrivo, perché il football, se non in uno dei primissimi post di questo blog, qui dentro non è mai entrato. E non ce lo voglio far entrare.
Scrivo invece di quelle piccole nazioni che attraverso il Mondiale cercano, e talvolta trovano, delle minuscole rivincite. E’ il caso, ad esempio, della Corea del Nord, Stato che definire politicamente chiuso è un eufemismo, che si presenta al mondo segnando uno storico gol alle leggende brasiliane. O dello stesso Sudafrica, terra di odio e apartheid, dove Madiba compie 48.500.000 miracoli ogni giorno, tanti quanti sono gli abitanti di questo Paese. O della Slovacchia, che per la prima volta entra in un’elite che non è soltanto calcistica. O della Nuova Zelanda, che presenta una rappresentativa di “calciatori per modo di dire”.
Il Mondiale è anche un modo per vedere il calcio per ciò che realmente è: un gioco. Quant’è bello vedere i tifosi di Paraguay e Giappone, di Olanda e Brasile guardare il match nelle stesse tribune, esultando o disperandosi a pochissimi centimetri di distanza, senza divisioni, senza anelli separatori, senza cordoni di forze dell’ordine. Queste immagini scaldano il cuore anche agli ultras italiani, imbecilli per definizione, fattezze, vocabolario e codici di comportamento. Che le dimenticano al primo stupido derby, al primo steward sottopagato che per un decimo di secondo gira loro le spalle.
Postato da: Elblondo a 19:58 | link | commenti (1)
pensieri
Mannaggia Sant'Ella, Grande Fratè!
Esco un po’ dagli schemi non scritti di questo blog; questo post è inaspettato, anche per chi lo scrive. Concedo un po’ di tempo al nazionalpopolare, ma anche ad una notizia triste. La tremenda morte di Pietro Taricone mi ha colpito, lo ammetto. O’ guerriero era giovanissimo, e sentire che un ragazzo di 35 anni non c’è più fa proprio male. Il destino se lo è portato con sé assecondando le voglie di un hobby, per provare emozioni che forse la vita gli aveva già concesso.
Mi rimane in testa il guappo di 10 anni fa, durante quel Grande Fratello che ha sverginato 50 milioni di italiani: modi buzzurri, decisi, un po’ da ras del quartiere, muscoli sempre in primo piano, sorriso sereno, sincero, gentile. Entrò violentemente nell’immaginario collettivo, riuscendo a sfuggire a clichè che lo imbarazzavano, che sono tuttora imbarazzanti, che personaggi con molti meno perché oggi fanno propri, come fossero esperti manager di quel poco che rimane di loro stessi. Pietro rifiutò le varie Buone Domeniche e i vari trenini di Maurizio Costanzo, non si piegò di fronte alla logica Mediaset del “ti ho creato, se voglio ti distruggo”. Ripartì con umiltà dai teatri Off, quelli da “25 spettatori, tutto esaurito”. Sempre fiero, a testa alta.
Da quelle serate ai film, alle fiction, la strada fu breve. Durante il percorso trova una donna meravigliosa, solare, attraente. La madre della sua bambina. Poi, ieri, l’ultimo lancio.
Postato da: Elblondo a 20:30 | link | commenti
pensieri, teatro, televisione
Questione di cuore
Un film così fa venir voglia di scrivere, e scrivere, e scrivere. Antonio Albanese è un attore straordinario e poliedrico, riesce ad essere romano a Roma, milanese a Milano, foggiano a Foggia. Kim Rossi Stuart fa emergere il peggio e il meglio della romanità. E persino Micaela Ramazzotti, capacità attoriali inesistenti, fisicità sconvolgente, riesce a farsi apprezzare. Intorno a questi tre caratteristi ruota una storia umana e possibile, toccante e divertente, attuale ma antica. Nonostante Roma, città che proprio non riesco ad amare, la Archibugi azzecca il soggetto giusto, che, col sorriso sulle labbra, fa pensare.
Postato da: Elblondo a 19:07 | link | commenti
cinema
Florinda, così bella da imbarazzare
Florinda Bolkan mi ha fatto letteralmente innamorare. Che fascino, che charme, che donna meravigliosa! In rapida successione ho visto “Indagini su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, “Anonimo veneziano”, “Metti, una sera a cena” e “Una breve vacanza”, film per nulla recenti, per nulla paragonabili a ciò che è uscito negli ultimi anni nelle sale. Ogni scena in cui Florinda compare assume un significato particolare; la Bolkan è magnetica, parla con la bocca, con i fianchi, con la sua sessualità discussa ed ambigua. Stile inconfondibile, sguardo ammaliante, superbia giustificata. Lontana anni luce dai canoni di bellezza imposti oggi dai mezzi di comunicazione. Così bella da imbarazzare.
Postato da: Elblondo a 14:39 | link | commenti
cinema
L'ansietta da foglio bianco
Leggo qua e là, tra un blog e l’altro ma anche su siti e giornali, dell’ansietta da foglio bianco. Ma cos’è? Si è forse obbligati a scrivere sempre qualcosa? Se la mente si blocca, se lì per lì non emergono avvenimenti che possono far scaturire un dibattito, o un pensiero, basta non aprire Word, o non prendere una penna tra le mani. Mi sembra semplice. Forse perché quando apro il foglio elettronico ho mille cose che mi frullano nella testa. O forse perché, se non lo apro, c’è solo una spiegazione: in quell’attimo non ne sento la necessità.
Postato da: Elblondo a 13:21 | link | commenti
pensieri
Il Ministro in fretta e furia, la Nazionale e lo specchio
Non capivo perché, in fretta e furia, fosse stato nominato un politico del sottobosco a Ministro per l’attuazione del federalismo. Ma non c’erano Bossi e i suoi a supervedere il tutto? Dai, è un Ministero senza portafoglio…Ah, ok, così fa un po’ meno male.
Poi, pochi giorni dopo la nomina, il buon Brancher mi invoca il legittimo impedimento. Urca, di già? Ma che ha combinato in così breve tempo? In questi giorni, nulla di grave. MA ERA INDAGATO PER LA SCALATA AD ANTONVENETA! E ora, naturalmente, deve organizzare il Ministero e non può presentarsi al processo, convocato a breve. Pare una barzelletta. E forse hanno ragione nel mio ufficio, quando dicono che l’avviso di garanzia, l’essere indagato o “ancora meglio” condannato, non fa più scandalo. Fa curriculum.
Non capivo perché fosse stato nominato un Ministro in fretta e furia, per di più senza portafoglio. Ora forse l’ho capito.
Il mio amico Lorenzo stamattina mi ha scritto via mail che la Nazionale è lo specchio dell’Italia “che conta”: gerontocratica, mediocre, paracula, che crede che l’altro caschi sempre nella melma dopo un trucco vecchio di cent’anni. Parentesi calcistica, riflessione amara. Perché probabilmente il mio amico Lorenzo, giocando un po’ col qualunquismo, ha ragione.
Postato da: Elblondo a 18:49 | link | commenti
italia, politica, lavoro
Funziona!
Rileggendomi, ho capito che la scrittura riflette il mio stato d’animo del momento. E quindi, vengono fuori post allegri, che trasudano gioia, se sono sereno; così come vengono fuori post cupi, arrabbiati, se sono inquieto. Ho aperto questo blog quasi per gioco, per scherzo, per creare una valvola di sfogo, per appoggiare su un foglio elettronico quello che ho dentro, che penso, che sento. Funziona, e anche bene!
Postato da: Elblondo a 19:57 | link | commenti
pensieri
Faccio anch'io la prima prova
Da una delle tracce per la prima prova scritta degli esami di maturità di quest’anno: siamo soli?
Svolgimento: No. C’è anche Maria Stella Gelmini, il Ministro che taglia i fondi per la scuola e, per festeggiare, si regala una bella Fondazione (sovvenzionata da chi?). E ancora, non abbastanza contenta, avalla la stupidissima traccia di cui sopra. C’è Lucio Stanca, e ci siamo stancati di gente come il suddetto, che prende da mesi e mesi due signori stipendi, uno da parlamentare e uno da Amministratore Delegato di Expo 2015 (una carica di cui si sente tanto, tanto bisogno), e ci fa un po’ la figura della cozza attaccata allo scoglio: non molla una delle due cadreghe nemmeno se lo scollano con la spatola. E poi c’è Daniele “lecca lecca” Capezzone, hfd<jnffseyni+òàwq1p…Scusate, ma è passato da qui e mi ha impiastrato la tastiera con la sua saliva. Insomma no, non siamo soli. Peccato.
Postato da: Elblondo a 19:33 | link | commenti (1)
pensieri, italia, politica, milano
Sfilata in perizoma? No, video musicale
In coma post lavorativo, ho appena visto un video musicale delle Pussycat Dolls, e ho pensato a un mio collega. Il quale sostiene che le doti canore oggi come oggi non servono a molto. Conta quanto sedere e seno mostri agli Mtv Awards o durante un clip (hmhmhm…lui sarebbe stato parecchio più greve). Al termine della sfilata in perizoma, ops, della canzone delle Pussycat, mi si sono risvegliati i sensi e tappate le orecchie, e ho pensato che il mio collega non si sbaglia.
Postato da: Elblondo a 21:18 | link | commenti
musica, lavoro, televisione
domenica, 20 giugno 2010
Gente della metropoli(tana)
L’essere sotto terra della metropolitana milanese non riesce in nessun caso a farmi diventare cieco. E quindi, giornalmente, da anni ormai, vedo, non in ordine rigoroso:
- quelli che ti si attaccano al deretano nell’attesa della tua timbratura in modo da passare i tornelli insieme a te (chiamati “portoghesi”…ma perché? Forse che a Lisbona no, non si timbra mai?);
- quelli che fanno finta di non vedere ciò di cui sopra (chiamati, non si sa perché a questo punto, “controllori”);
- quelli che si posizionano all’uscita delle scale mobili e controllano che all’entrata tu abbia timbrato (chiamati “controllori bastardi”, ma solo da chi all’entrata non ha timbrato);
- quelli che controllano tutti ma proprio tutti ma i rom no, “perché tanto forniscono sempre generalità false” (chiamati “controllori, ma di chi diciamo noi”);
- quelli che all’ora di punta e a treno pieno spalancano bel bello il loro Corriere, occupando, tra un editoriale di De Bortoli e una stroncatura di Aldo Grasso, lo spazio che occuperebbero 8 persone obese (chiamati “so leggere e voglio fartelo pesare”);
- quelli che, ancor prima di salire sulla carrozza, si lamentano perché “quando eravamo giovani noi e vedevamo un anziano ci alzavamo al volo” (chiamati “nati stanchi”, anche perché nati da poco, in genere non hanno mai più di 40 anni);
- quelli che, 80 anni per gamba, piuttosto di farti alzare ti dimostrano lì per lì di essere belli sicuri e ritti sulle ginocchia, salvo aggrapparsi, alla chiusura delle porte, al quotidiano di “so leggere e voglio fartelo pesare” (chiamati a loro volta “sono giovane dentro”);
- quelli che hanno un unico obiettivo durante il loro tragitto: far sapere a un vagone intero che musica vien fuori dal loro I-pod color avorio, o rosa confetto (chiamati “ma quanto canta bene Lady Gaga?!?”…Sì, avete letto bene: Lady Gaga!!!);
- quelli che, per mostrare il tatuaggio fresco fresco di tatuatore posto in luoghi reconditi del proprio corpo, impostano lo sguardo “Fabio” (Cannavaro) e la postura “Cristiano” (Ronaldo), facendo leggere a tutto il convoglio la frase “Sonobellopiacciotanto” che campeggia sul loro bicipite destro, rigorosamente tutta attaccata (chiamati “sono in metrò per caso, ho il Porsche con l’autista all’uscita, in Duomo”);
- quelle che, oggettivamente già carine da par loro, da un capolinea all’altro riescono a stabilire un record del mondo: trucco – strucco – ritrucco in 22 minuti con annessi improperi allo strucco e sguardi di approccio da parte di “sono in metrò per caso” (chiamate, in riferimento a questi ultimi e alla prima tranche di trucco, “c’è di meglio per me”);
- quelli che, alla vista del tabellone luminoso segnalante un minuto e mezzo d’attesa, sbraitano “Cosììììì tantooooooo?” (che è anche il loro soprannome!);
- quelle che dal mezzanino all’uscita impostano lo sguardo “non provare a guardarmi o a sorridermi o a chiedermi informazioni” (chiamate “le più sole”);
- quelli che non tolgono gli occhiali scuri neppure in galleria (chiamati “no, niente notte selvaggia ieri, ho un inizio di congiuntivite”);
- quelli perennemente guasti (chiamati “scale mobili”, e a volte anche “distributori di biglietti”);
- quelli perennemente operativi (chiamati “ragazzi delle imprese di pulizie”, gente da stimare).
Potrei andare avanti all’infinito, ma mi fermo qui. Chi mi conosce lo sa, la vista regge ma sono un po’ astigmatico, talvolta qualcosa mi sfugge.
Postato da: Elblondo a 20:31 | link | commenti
pensieri, musica, metropolitana, milano, sorriso
Il protagonista di 500 giorni insieme
E’ ciò che io sono stato, in tutto e per tutto. E “il vedermi” mi ha divertito, fatto pensare, un pò imbarazzato. La colonna sonora furbetta ha fatto il resto. Film carino, sul filo dell’eccessivamente sociologico. Pellicola che nella commedia lascia un leggero amaro in bocca.
Postato da: Elblondo a 13:03 | link | commenti
cinema
Dopo la pioggia torrenziale, l'inquietudine anticipataria
Sono ore di paranoia casalinga: ieri nel tardo pomeriggio Milano è stata investita per una buona oretta da grandine e pioggia torrenziale. Immediata conseguenza all’interno della mia casetta: le macchie di umido presenti in cucina, di cui peraltro ho già scritto, si sono velocemente allargate, e dopo che il cielo si è reso capace di buttare giù la quantità d’acqua presente alla foce del Po, dal soffitto hanno cominciato a cadere fiere goccioline…Prima poco convinte, poi veloci ed insinuanti, hanno toccato un mobile e il cucinino.
Il tutto è fortunatamente durato poco, circa una ventina di minuti, ma è bastato per mandarmi prima in confusione, poi un po’ nel panico, quindi nei meandri dell’incazzatura. Ad Apocalisse terminata, le temute goccioline si sono arrese e la stagione ha fatto il resto: il soffitto si è asciugato completamente prima che decidessi di andare a dormire.
In questi casi mi prende l’inquietudine anticipataria: inizio a pensare “e se succede quando sono in vacanza?” o, nella versione lavorativa, “e se succede quando sono fuori?”. L’ultima cosa che voglio è vivere in un deposito di bacinelle preventive. E avrà voglia oggi il padrone di casa a dirmi “Ne ho parlato con l’amministratore, va rifatto il tetto”. Questo mi sembra di averlo capito. Che si rifaccia, e che l’acqua abbia libero sfogo dai lavandini, dalle docce, dai lavabi. Ma non dal soffitto.
Postato da: Elblondo a 17:58 | link | commenti (1)
casa, milano
Un writer in metropolitana
Un bimbo di 5 anni o meno che, coi gomiti poggiati sul sedile della metropolitana, scrive per la prima volta in modo indipendente sul suo quadernetto “mamma” e “papà”. La felicità è anche questo. La felicità di una buonissima parte delle persone che stipavano il vagone in cui mi trovavo oggi pomeriggio, che, dimentiche della loro usuale freddezza e del loro malcelato menefreghismo lasciate al di là delle porte scorrevoli, si fermano, un po’ commosse, ad osservare quel bimbo grazioso, correggendo con lo sguardo le piccole imprecisioni che un debutto così importante porta insito in sé.
Postato da: Elblondo a 19:06 | link | commenti (1)
metropolitana, milano, sorriso
In tutti i modi, in tutti i luoghi, in tutti i laghi
Solo oggi, con “colpevole” ritardo, ho sentito per intero la canzone che ha vinto il Festival di Sanremo quest’anno. “In tutti i modi, in tutti i luoghi, in tutti i laghi…” era l’insipido ritornello che una voce femminea e un po’ annoiata gracchiava dall’orrendo stereo dell’orrendo baretto presente nel mio posto di lavoro. “In tutti i modi, in tutti i luoghi, in tutti i laghi…”. Che schifo. Musicalità assente. Senso del testo assente. Intonazione assente. Mamma mia.
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musica, lavoro
Svizzera, terra del sole
Ero piccolissimo, e in famiglia tradizione voleva che con la bella stagione si facessero le gite fuori porta. Una delle mete più gettonate era la Svizzera: Losanna, Ginevra, Zurigo, o anche solo Chiasso. Il leit motiv era: respiriamo aria pulita, compriamo cioccolato a buon mercato, facciamo benzina senza svenarci, facciamo scoprire al piccolo che oltre a Milano c’è di più.
Il tutto si svolgeva in giornata, ordinatamente, senza patemi. Ricordo la frittatina preparata dalla nonna che sarebbe stato il nostro pranzo, e il the fresco che il nonno custodiva in una preziosa borraccia. Il viaggio era piacevole: una volta usciti dalla cappa milanese il paesaggio diventava gentile, chiaro, pulito. Alcuni monticelli facevano capolino all’orizzonte; persino lo stile di guida diventava rilassato, perdeva quella tipica frenesia lombarda. Mai una volta queste gitarelle sono state accompagnate da un tempo inclemente: da quegli anni associo la Svizzera al sole.
La domenica correva veloce, e all’imbrunire il capo famiglia con un cenno riuniva tutti e sentenziava: “E’ ora di tornare”. Il viaggio di ritorno era tutto un frignare, perché all’asilo sì, avrei ritrovato i miei amichetti cui raccontare di questa avventura tra un disegno e l’altro, ma stava nascendo quella consapevolezza innata che il posto nuovo ti regala, quella voglia di voler continuare a scoprire il mondo, che da bambini sembra enormemente piccolo. Può finire dietro una porta, può non finire mai dietro le montagne.
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viaggi
Teniamocelo così (?!?)
Il Capo dice che la sovranità è in mano ai Pm. Lo dice una volta ogni 10 (dieci!) giorni. Media ponderata, come dicono quelli bravi. Bisogna commentarlo? Bisogna rispondergli? Bisogna fargli presente che se lo potrebbe risparmiare? Bisogna dirgli, magari durante una simpatica cena a Palazzo, che, in genere, chi si sente perseguitato ha la coscienza sporca? Ma no, teniamocelo così. Che i lacchè continuino a coprirlo. Che Vespa prosegua ad approfondire i motivi del successo di Antonella Clerici. Che il Titanic versione tricolore prosegua nel suo affondamento, ma che l’orchestra continui a suonare. E che possibilmente siano previste canzonette di Apicella nella scaletta, please.
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italia, politica
B.B., ma non è Brigitte Bardot
La B.B. è uno dei migliori pub di Milano, almeno secondo me e chi, con me, ci va. Lo è soprattutto per la qualità della birra: belga, mai annacquata, mai insaporita, sempre genuina e fresca (e quanto conta, in questi giorni!). La B.B. si fa un po’ desiderare, non è proprio comoda da raggiungere, ma con un minuscolo sforzo ce la si fa, alla fine sempre di Milano si tratta. Il “capo” è perennemente ubriaco, perennemente alla cassa. E questo fa sì che il conto non sia mai salato. E le cameriere…mamma mia. Vige una sorta di turn over, senza mai uno sgarro estetico. Io e i miei fidi compari abbiamo scoperto questo pub d’angolo a ottobre, e da quel giorno abbiamo abbandonato le alternative. Se non è di venerdì, di sabato le nostre birrette fresche ci aspettano al bancone, e le labbra fremono nell’attesa.
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pensieri, milano
10 cose di noi
Due premesse. Morgan Freeman mi fa impazzire, è un pezzo di storia del cinema. Paz Vega mi fa impazzire, è una gran bella signora. Han girato assieme “10 cose di noi”, non un film da Oscar, anzi, proprio nulla di eccezionale. Impianto narrativo sterile, americanizzazione dei sentimenti, eccessiva differenza di età tra i due attori protagonisti che impedisce di far andare “un po’ oltre” la trama. Eppure, sarà per la musica azzeccata che regala molto all’atmosfera della pellicola, o per l’innegabile magnetismo che sia Morgan che Paz sprigionano, gliel’ho perdonata. Ad entrambi. Scommettiamo che fra qualche lustro “10 cose” diventa un cult?
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cinema
Roma, sobborgo di Woodstock
Una decina di giorni fa, un uomo di nome Karol avrebbe compiuto 90 anni. Dio solo sa quanto sono lontano dalle visioni e dal credo cattolico, soprattutto da quello ecclesiastico. E non è un gioco di parole. Eppure, la figura di Karol mi ha sempre colpito, rassicurato. Un uomo che ha cambiato la storia, e non è un’esagerazione. Il Papa del mio essere bambino, del mio essere adolescente, del mio sentirmi uomo. Non una parola fuori posto. Non un’ombra sulla sua persona cristallina, pulita. Il Pontefice dei poveri, dei bambini, della pietà, dello scontro frontale alla guerra, della caduta del Muro di Berlino, dei richiami all’Umanità fatti da un pulpito giustamente alto, giustamente elevato, del Giubileo del 2000, che da 500 chilometri più a Nord sembrava avere la forza di Woodstock.
Karol prima di essere l’ennesimo Papa, era un uomo che conosceva a fondo gli esseri umani. Le loro debolezze, il loro animo, i loro vizi, le loro virtù.
Karol oggi guarda dall’alto ciò che fino a qualche anno fa sentiva dentro di sé, come un cilicio che graffia la pelle nuda. Vede la Chiesa istituzione malata, che si compone di preti che domenica predicano la povertà e lunedì scommettono l’importo delle questue a Montecarlo, arrivando nel Principato in Bmw (vero, prelati del mio paesello pugliese?). O che copre preti pedofili, condannando però il sesso con il preservativo. Immagino Karol oggi, che si porta avanti e ride di loro, ride di gusto e annota tutto su un foglietto volante. Perché quando arriverà, e arriverà, il momento di giudicare questa gentaglia, sa già che la voglia di ridere gli passerà tutta d’un botto.
Postato da: Elblondo a 18:32 | link | commenti
pensieri, puglia
venerdì, 28 maggio 2010
Grazie a...
Moreno, che dopo la pubblicazione del post precedente mi ha regalato una bella dritta. Shinystat è qualcosa di meraviglioso: preciso ed analitico. Peccato averlo scoperto solo ora, con 500 (o più) contatti di ritardo. Ma pazienza: meglio tardi che mai!
Postato da: Elblondo a 17:27 | link | commenti
pensieri
Faccio due conti e scopro il tradimento
Scritto con tutto il rispetto e i dubbi del caso, mi sembra che i contatori di Splinder stiano un po’ tradendo. Mica per autoconvinzione, ma 2 entrate nel blog in 3 giorni mi sembrano proprio pochine…Anche perché, solo di mio, ne avrò fatte almeno 5 o 6. Boh…Peraltro, smanettando nella piattaforma “Soluzioni”, ho scoperto che il problema pare sia di vecchia data, nonché condiviso da parecchi utenti…Che poi, è tutto un fatto di precisione. Io delle mie 500 visite sono felice. E se fossero 600 chi se ne importa!
Postato da: Elblondo a 18:56 | link | commenti (1)
pensieri
Chi va e chi resta
E quindi, Michele rescinde il contratto con la Rai. Restano Lucia, Milena, Giovanni. E Gad, ma solo per chi lo regge. Restano pure i telegiornali – rotocalco, quelli che se il Capo, o Cicchitto, o Capezzone, o Lupi non parlano, ne approfittiamo e alle 20:07 infiliamo un bel servizio sull’ultimo trend in merito ai costumi da bagno, o ai vestitini coprispalle per i nostri amici animali.
E quindi, Michele saluta e lascia. Non sbatte la porta ma la appoggia delicatamente, chè la buonuscita gliel’han garantita, e pure bella corposa. Ne danno l’allegro annuncio Emilio e Bruno, Maurizio e Vittorio detto Littorio. Che poi, a che serve un Michele il giovedì sera, se in Italia GIRA TUTTO MERAVIGLIOSAMENTE (zebedei compresi)?
Postato da: Elblondo a 11:40 | link | commenti
italia, politica, televisione
Agosto è mio e lo prendo io
Al lavoro in questi giorni è tutto un “mumble mumble”, come quando Topolino pensa, un po’ infervorato. Bisogna mettere giù il piano ferie estivo, e si sa, inaugurare le vacanze l’ultima settimana di luglio o la prima di agosto porta a dubbi, incertezze, disagi, casini, paranoie. Mah.
“Tu quando le fai?” è la domanda più in voga, ed è tutto un correre dietro a fogliettini, promemoria, Post – it. Ricordo i tempi in cui lavoravo nel privato, quando, come ho già scritto, il piano ferie era negato ai dipendenti fino a metà settembre (per la serie: sono stato al mare, faceva ultrafreddo, certo, era ottobre, ma quelle erano le mie ferie “estive”), o anticipato, per l’estate, a febbraio (per farti fare le ferie “estive” nella prima metà di maggio).
“Io prendo agosto”. Come quel mio amico milanese che, entrando in un qualsiasi pub della città, alla vista della cameriera bbbona bofonchia: “Mia!”…Come se l’avesse prenotata. E lei, regolarmente, lo sente, lo guarda, gli ride in faccia, lo evita.
Che poi, se UNO prende agosto, non è che gli altri se lo devono scordare, dai. La capufficio ultraelastica che mi ritrovo poi, manco guarda la curatissima tabella Excel con i nomi in giallino e i giorni scelti in rosso. La firma e basta. E i miei colleghi, che fingono di non saperlo, si lasciano trasportare dalla tracotanza.
Postato da: Elblondo a 16:56 | link | commenti
pensieri, milano, lavoro
Una nazione che sembra appena nata
Il ricordo è recente, sono stato a Bratislava due settimane fa. Viaggio inizialmente rimandato a causa della nube emessa dall’impronunciabile vulcano islandese. Il mio amico e compagno di viaggio la prese bene, “alla fine vedila come se ci fossimo fatti una gitarella a Bergamo” mi disse, nel pullman che ci riportava a Milano dopo minuti di irripetibili improperi all’interno dell’hub Ryanair per eccellenza.
Due settimane dopo, Bratislava fu. Cittadina piccola, capitale di una nazione che sembra appena nata, ma, più semplicemente, è appena entrata nell’Euro. Costo della vita bassissimo, con 10 Euro si sfiora il coma alimentare, ne bastano 5 per quello etilico (motivo per cui la movida notturna è dominata dagli inglesi). Ragazze meravigliose, occhi di ghiaccio, capelli scuri, formose il giusto, dialoganti, pensanti. L’italiano medio passato di qui tra il 1989 e il 1997 secondo me ha almeno un erede, da queste parti. Ora, quello stesso italiano è seguito come un’ombra, a Bratislava e provincia quantomeno, da uno stereotipo poco edificante. Molto simile a: sei italiano, mi vuoi scopare, non ti darò mai quello che vuoi, al massimo ti scrivo su un tovagliolino l’indirizzo del night club più vicino. Una volta superata quest’impasse, la gente slovacca si scioglie: sono sorridenti, disponibili, di compagnia. Ma con un approccio tamarro si rischia di incappare nel maschio slovacco, energumeno dalle maniere poco ortodosse. In base agli occhi tumefatti di 3 ragazzi seduti davanti a noi sull’aereo del ritorno, anche parecchio manesco.
Clima a dir poco strano: escursione termica di 10 gradi in base alla presenza o meno di un singolo raggio di sole. Cibo saporito, spezie presenti in qualunque piatto. Zona centrale molto curata, molto occidentale. Periferie abbastanza evitabili persino di giorno: palazzi mai toccati dopo essere stati colpiti dalle bombe della Seconda Guerra Mondiale, gente poco “accollativa”, come disse un ragazzo durante un memorabile provino del Grande Fratello, ripreso e messo in primo piano dalla Gialappas.
Castello caratteristico, Danubio da mozzare il fiato…Ma se una delle attrattive segnalate su tutte le guide è un centro commerciale, qualcosa vorrà pur dire. Tre giorni a Bratislava sono il periodo giusto. Forse il quarto giorno sarebbe stato di troppo.
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viaggi
Pane, cicoria e straniamento
Trovo il figlio di don Vito Ciancimino, di cui non ricordo neppure il nome, alquanto rivoltante. Non conosco a fondo i fatti, e tantomeno li voglio conoscere. So solo che il padre di questo signore era, contemporaneamente, sindaco a livello amministrativo e passepartout a livello mafioso della Palermo peggiore, quella di Riina e Provenzano, di Brusca e dello Zen, degli attentati allo Stato e a uomini come in Italia non ce ne sono stati più, quali Falcone e Borsellino. Bene, il figlio di cotanto padre, oggi lancia strali e sentenze personali, per difendere il ricordo della propria famiglia. Il tutto con lo sguardo della sufficienza e un fazzolettino nel taschino.
Mio padre mafioso? Sì. Come tutti. Non poteva fare altrimenti. Anzi, ha salvato il Paese inaugurando l’orrida stagione della trattativa Stato – Mafia, che ha portato alla fine degli attentati sanguinari, alla mafia imprenditoriale, a quella in stile “pane e cicoria”, a Tangentopoli, alla nascita di Forza Italia. Seeeee…Basta guardare i volti dell’epoca per capire l’impossibilità di queste ipotesi. Solo per immaginare don Vito e per dire, un Provenzano, che parlano insieme, si capiscono e ordiscono questa cosiddetta trattativa, bisognerebbe munirsi dello straniamento visionario di un genio quale Walt Disney. Come direbbero a Roma: “A Ciancimì, ccce stai a cojonà?”.
Postato da: Elblondo a 17:43 | link | commenti
pensieri, italia, politica
Piange il soffitto
Sarà a causa di questo maggio così strano, freddo, umido e piovoso, sarà perché a volte le case in apparenza perfette le loro falle le hanno eccome…Fatto sta che nel weekend ne è scoppiata una, evidente e, almeno inizialmente, fastidiosa. La pioggia costante e a tratti torrenziale è riuscita ad aprirsi una serie di strade fin dentro il soffitto della mia cucina, presentandosi senza bussare. Per fortuna ora il tutto si è stabilizzato; sono rimaste due macchie di umido che a breve si trasformeranno in simil muffa.
Lì per lì mi è preso un colpo: il soffitto bagnato e le crepe conseguenti non avevano un aspetto per nulla rassicurante. Col passare delle ore le macchie si sono gradualmente asciugate, lasciando il loro ricordo in un paio di chiazze tra l’ocra e l’arancione, come se l’Uomo Ragno si fosse preso la briga di vomitarmi sul soffitto a più riprese. Il tutto, oltre a fornirmi la scusa giusta per scampanellare alla mia vicina, che mi ha rassicurato e sorriso, lanciando anatemi sul tetto da rifare e su un amministratore di condominio alquanto assente, mi ha dato l’opportunità di farmi sentire dal padrone di casa…che mi cambierà, a breve e a sue spese, il lavandino della cucina, dal quale sembrano passati tutti i piatti della Terra. Dall’Ultima Cena in poi.
Si rompe il soffitto, aggiusto il lavandino. Bah. Poi dicono che i milanesi non sono fantasiosi.
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casa, milano, sorriso
Texas
Ma com’è, che Scamarcio non azzecca un film?
Postato da: Elblondo a 19:08 | link | commenti
cinema
Notturno bus
Ma com’è, che Mastandrea non sbaglia un film?
Postato da: Elblondo a 12:15 | link | commenti
cinema
Quelle verità che solo Nichi sembra conoscere
Domenica scorsa me lo sono perso. Avevo la televisione spenta, e accenderla non mi viene facile. Poi, nella mattinata di lunedì, la domanda risuonava di bocca in bocca: “Hai visto Vendola da Fazio?”. Porca miseria, no. E allora via su Youtube, 22 minuti di domande un po’ bersaniane del fintamente buon Fabio, 22 minuti di risposte motivate, risolutive, come la sinistra non ne concede più. Nichi ha il coraggio di dire ciò che è ineluttabilmente vero: la sinistra non vuole elezioni anticipate semplicemente perché non ha né un candidato spendibile, né un programma, né la certezza di arrivare ad un quantomeno onorevole 20%. Il governatore della mia Puglia riesce ad ammettere che sì, lui è un comunista, e non arrossisce. Tira pugni nello stomaco a chi, dalla sua parte, ha il coraggio di cercare improbabili alleanze con Fini, e a chi, sempre dalla sua parte, lo teme perché troppo antiberlusconiano. Concretizza senza troppi giri di parole ciò che il Capo è, ovvero una riproposizione in carne ed ossa di un lavaggio del cervello televisivo durato interi decenni. Vendola ha rilasciato queste dichiarazioni il 25 aprile, data simbolica. In attesa che i gerontocrati del Pd si accorgano di Nichi, la Liberazione è ancora “solo” quella dal fascismo.
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italia, politica
sabato, 24 aprile 2010
Sciuscià
Sciuscià è “IL” film italiano. Racconta una storia toccante e drammatica seppur bambina, con una semplicità e un garbo che da tempo il cinema ha perso. Inquadrature basilari, protagonisti poco più che ragazzetti che riescono a bucare il video e il cuore a distanza di decenni. Vittorio De Sica crea suspense e attesa, non deluse da un finale inaspettato, che non si dipana in un “volemose bene” facile e generale, ma è reale e realista. Ah, se il figlio Christian avesse ereditato un’unghia della forza cinematografica del padre…Forse, oltre agli inevitabili cinepanettoni, sarebbe venuto fuori qualche cinecapolavoro. Come Sciuscià.
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cinema
Scrissi al Pd
Nell’ottobre del 2009 scrissi al Partito Democratico. Ecco la mail:
Cari amici del Partito Democratico,
sono un ragazzo milanese di XX anni.
Vado subito al punto: non vi sembra il momento di agire? Non vi sembra il momento di emergere, di far sentire la nostra voce, di farsi valere, di fare un’opposizione DAVVERO antiberlusconiana? E’ il momento giusto signori, ve ne rendete conto o siete troppo impegnati ad organizzare primarie dalle quali uscirà l’ennesimo leader che, seppur più alto dell’attuale capo del Governo, gli farà da perenne ombra?
Non vi sembra che sia il momento di staccarsi dalla vecchia concezione di partito, deceduta dalla fine della Prima Repubblica? Non vi sembra sia il momento di lasciare DAVVERO spazio ai giovani, senza riempirsi la bocca di aria fritta che non fa altro che avvantaggiare l’altra parte politica, nonché Antonio Di Pietro? Vi rendete conto che il popolo, la Sinistra dei circoli vi sta voltando le spalle a favore di quella che mese dopo mese si percepisce come opposizione seria, ovvero l’IdV? Il populismo non è la strada, ma sottovalutarlo è un grosso errore. Non vi sembra che talvolta si può evitare di ribattere a qualunque scempiaggine il nostro capo del Governo dica? Non vi sembra che ogni tanto i direttori dei giornali del VERO regime (due nomi su tutti: Belpietro e Feltri…li conoscete, vero???), invece, meritino qualche risposta piccata? Non vi sembra il caso di far emergere tra le nostre caratteristiche la velocità di pensiero, e non l’attaccamento alla sedia, le innumerevoli legislature, i (e qui, purtroppo, ha ragione il Presidente del Consiglio…) politici di professione? Non vi sembra di essere “leggermente” irraggiungibili? Per trovare un Vostro indirizzo mail mi sono dovuto caracollare tra mille forum, sul Vostro sito non esiste un riferimento che sia uno, e questa “lontananza” dalla gente si sente, ve lo garantisco con tristezza.
Un partito che vuole crescere non si circonda solo di yesman, ma neppure esilia al Parlamento Europeo chi esprime dissenso schifato e condivisibile (do you remember Miss Serracchiani?). Sono questi i piccoli segnali che accendono la spia del Paese, fermo politicamente. Anche dalla nostra parte.
Spero possiate interpretare queste critiche come sentite ma di cuore, forti ma educate, arrabbiate ma speranzose. Non ho alcuna esperienza politica ma la coscienza mi dice che ragazzi come me vi farebbero tanto, tanto bene. Voi che ne pensate?
Rileggendo il tutto a mente ghiacciata, posso dire che mentre scrivevo ero arrabbiato, demoralizzato, scoraggiato. Ma il picco più alto di scoramento lo raggiunsi leggendo la risposta che gentilmente mi fecero pervenire. Dario Franceschini (o chi per lui) mi rispose con una sorta di newsletter, in cui mi si invitava ad acquistare il libro dell’ex segretario del Partito. Imbarazzo. Che aumenta a dismisura dopo gli accadimenti di questi ultimi giorni…
Postato da: Elblondo a 18:40 | link | commenti
italia, politica
Era qui, ora è là
Qui i cuori battono veloci. Qui il caldo è torrido, il freddo gelido. Qui la vita sa correre fugace come un fulmine, ma sa anche essere lenta come una lumaca zoppa. Qui tutto sembra vissuto da troppo tempo, ma non è mai vecchio. Qui il mondo sembra essersi fermato, o non essere passato mai, neppure per errore. Qui i giovani sembrano più sfiduciati e lisi degli anziani. Qui si è voraci, e ogni atteggiamento è attentamente analizzato, ogni parola appoggiata sul bilancino. Qui distanze ridicole sembrano incolmabili. Qui fare una passeggiata è da marziani. Qui dopo qualche giorno libri e cinematografia vincono senza rivali. Qui il passato è passato, il futuro atteso e sperato. Qui vince il più lesto con le parole. “Qui”, per me, da una decina di giorni è già “là”.
Postato da: Elblondo a 20:11 | link | commenti
pensieri, puglia
La rivincita del primo pomeriggio
L’inedia pugliese, dopo circa 3 / 4 giorni, mi sconvolge. In alcuni interminabili quarti d’ora non si avverte vita, tutto sembra ed è effettivamente fermo, per poi ripartire in modo lento, progressivamente operativo.
Il primo pomeriggio è un momento della giornata fenomenale, fa il caldo giusto, c’è quel venticello giusto, il silenzio giusto. La pennichella pomeridiana non è utopia. Si fa. E godersi il paesello in una condizione di privilegio, con gli occhi aperti quando tutti sonnecchiano, è una sensazione impagabile. Detto poi da uno che, da bravo ragazzo, è andato a letto presto e si è svegliato tutti i giorni a mezzogiorno, sembra quasi una rivincita…
Postato da: Elblondo a 18:10 | link | commenti
puglia
Un pub sul mare, a troppi chilometri da qui
Entri in un pub sul mare, e ti senti a casa tua. Ok, lo frequenti da così tanto tempo che le tue birre hanno finanziato l’arredamento nuovo del posto, ma al gestore che ti abbraccia sibilandoti all’orecchio un caloroso bentornato non ti ci abituerai mai. Le cameriere le conosci per nome, e loro conoscono il tuo e quello dei tuoi amici. Perdi il conto dei giri pagati, e delle volte in cui con alcune di quelle cameriere ci hai provato, talvolta mettendo a segno il punto, talvolta dovendo ammettere la sconfitta al bancone. Ricordi le amicizie nate mentre appoggiavi stancamente i gomiti su quegli assi di legno, ma anche quelle tramontate, i confronti seri, i tormentoni estivi, le parole in libertà.
Provi a barattare il freddo gelido natalizio e quello umido primaverile con una sigaretta di un amico, tanto prima o poi arriverà l’estate, e una birretta fuori se la vorranno bere un po’ tutti. Noti stranito i volti nuovi e le nuove leve, che non ti assomigliano per niente. Pensi che quello è il tuo posto, che con quelle persone hai maturato negli anni un rapporto strano, complice e completo più di tanti altri, anche familiari. E’ notte fonda da tempo, non te ne vorresti andare mai, e l’alcool c’entra davvero poco. La mia Puglia è anche tutto questo.
Postato da: Elblondo a 21:24 | link | commenti
pensieri, puglia
Dalla Puglia...in differita
Scrivo dalla Puglia, metterò sul blog a Milano. E sì, perché qui, nonostante sia munito di chiavetta per la connessione, Internet non esiste. Non è del tutto un male, è un modo di staccare la spina un po’ repentino, di tornare alla realtà toccata con mano, e non vista attraverso uno schermo.
Ho visto, sentito, sfiorato il mare, e mi sento rinato. L’aria salata mi regala la piacevole sensazione di una fame onnivora e lupina, che a Milano sembra preclusa. L’essere così evidentemente disabituato all’aria pulita sta iniziando a diventare un problema. Le serate non stanno regalando momenti memorabili, siamo cresciuti tutti, e tutti, al di là di tre brevi parentesi annuali, abbiamo la testa chi a Roma, chi a Milano, chi a Pisa, chi a Frosinone, chi a Torino. I pomeriggi con l’amico fraterno Bruno sono passati troppo velocemente; non ci vedevamo da un anno e mezzo e le cose da raccontarci erano parecchie, ma salutarsi dandosi un non meglio precisato prossimo appuntamento mi dispiace sempre.
La gente è selvatica, ma in senso positivo. Da queste parti, le persone riescono a mantenere un non so che di agreste nelle menti, nei modi di fare e di porsi. Il paesello sembra accoglierti a prescindere, ti coccola con attenzione e scrupolo.
Postato da: Elblondo a 11:04 | link | commenti
pensieri, puglia
C'erano una volta le musicassette. E il loro lato B
Il ritorno del collega con cui condivido l’ufficio è accompagnato dagli Iron Maiden e da Vasco Rossi, dagli Evanescence e dai Queen, da Elisa e da Ligabue, come fossero aloni che lo seguono sotto forma di ombre musicali. Alcuni tra questi riesco ad ascoltarli, ma diciamocelo, il Vasco della prima metà degli anni ’90 è musica da ricovero in un qualsiasi Sert della penisola.
Sempre meglio dei generi amati in questo periodo da numerosi amici: si spazia da Renzo Arbore e l’Orchestra Italiana alle versioni spagnole di canzoni già di per loro brutte di cantanti quali Eros Ramazzotti, Tiziano Ferro e Laura Pausini…”Ma sì, è per dare una rinfrescata al mio spagnolo…”. Brividi, non di emozioni. Di gelo. Sento che presto cambierò giro di amicizie.
Postato da: Elblondo a 21:13 | link | commenti
musica, lavoro
Il primo post dall'ufficio
Provo a scrivere dal lavoro. Non l’ho mai fatto finora, un po’ perché quando scrivo ho bisogno di un mood preciso che spesso trovo nelle quattro mura casalinghe, un po’ perché mi seccherebbe un sacco che qualcuno, sul più bello, mi interrompesse, bloccando il flusso (ecco, è appena successo…e risuccesso!). Mi sto godendo l’ufficio in solitudine, causa elezioni. Peccato che ho parecchio lavoro da sbrigare, mi devo portare avanti in previsione delle vacanze pasquali…Vorrei cazzeggiare il quadruplo di quanto sto facendo! Ma…Che faccio ora? Di cosa mi occupo? Finora ho scritto solo di un lavoro passato, perché è quello che mi ha regalato più emozioni. Di questo non scriverò, neppure stavolta.
Anche la pubblicazione sarà in differita, per scelta. Questo deve essere un esperimento, non devo farmelo piacere troppo. Uff, ho la scrivania piena di carta, troppe pagine Internet aperte e un viavai di gente riempie questi pochi metri quadri. Risento del cambio dell’ora, ma ne sono felice, perché trovo impagabile poter godere della luce (scrivere “il sole” a Milano mi pare eccessivo!) fino all’ora di cena. Preferisco di gran lunga il ticchettio della tastiera del mio portatile, il mio Word colorato, ma tant’è, l’impulso è stato forte, la voglia tanta. Il lavoro mi chiama; per minuti e minuti ho fatto finta di non sentirlo. Ma ora insiste. Gli risponderò con faccia angelica, cantilenando un “ero un attimo occupato…”.
Postato da: Elblondo a 19:11 | link | commenti
pensieri, milano, lavoro
Surrealismo spinto
Il mio amico L.: “E a banane come sei messa?”
La mia amica V.: “Ne ho una in frigo, per la merenda di metà pomeriggio”
Postato da: Elblondo a 12:07 | link | commenti
milano
Silenzio!
Dopo mesi e mesi di molti insulti, pochi programmi, troppe illazioni, tensioni volutamente esacerbate e prostituzione cartellonistica, oggi è silenzio elettorale. Che sensazione meravigliosa: nessuna promessa inesaudibile, nessuna accusa imbarazzante, nessuna corsa a chi la spara più grossa. Silenzio. Le idee si schiariscono, e resta la realtà. Quella che sembra dimenticata. Quella che viviamo tutti i giorni, resa ancor più difficile e amara dalla vociaccia di un Cicchitto, di un Bondi, di un Capezzone, di un D’Alema, di una Bonino, di un Rutelli. Ma oggi, tregua. Fantastica tregua.
Postato da: Elblondo a 17:47 | link | commenti
italia, politica
venerdì, 26 marzo 2010
Il mare mi salva
Non sento il fruscio delle onde che finiscono la loro corsa sulla spiaggia da quasi tre mesi. Cerco in ogni rumore quel suono inconfondibile, ma poi ricordo di vivere a Milano e realizzo di aver appena trasformato, grazie ad un lampo di fervida immaginazione, un tubo di scappamento in un’onda marina. Pasqua è dietro l’angolo, e il mare mi aspetta. Riesce sempre a pulirmi la mente, a liberarmi dalle scorie e dalle brutture. Mi salva.
Non si mostra mai nella sua enorme interezza, la prospettiva rende piatte profondità abissali. Riesce a stupirmi rimanendo sempre uguale. Mi fa sorridere e sognare, e lasciarmelo dietro le spalle mi provoca una strana amarezza.
Postato da: Elblondo a 15:52 | link | commenti
pensieri, puglia
giovedì, 25 marzo 2010
Il pop che non posso
“Meraviglioso” cantata dai Negramaro, “Come Foglie” di Malika Ayane, tutta Amy Winehouse. Non li posso ascoltare. Mi piacerebbe, ma ancora non ce la faccio.
Postato da: Elblondo a 19:36 | link | commenti
musica
domenica, 21 marzo 2010
Il primo pezzo di mondo
Ero poco più di un bimbo quando, per la prima volta, uscì dall’Italia. La famiglia, durante un’estate torrida, mi portò in Grecia, ad Atene. Facemmo un giro largo, toccando Corfù, Igoumenitsa, Patrasso, Lamia, le Meteore, Skiatos, Skopelos. Poi, la Capitale. Me la ricordo come un luogo bollente, pieno di storia, molto affascinante, caotico come e forse più di Roma. In quelle due settimane camminammo moltissimo, a fine giornata ero devastato di stanchezza, con gli occhi pieni di novità. Il Partenone mi lasciò senza fiato, è un pezzo di storia poggiato su una collina millenaria, un luogo che trasuda fascino e bellezza. Tornai in Puglia un po’ triste, con quel magone che la consapevolezza del primo viaggio ti regala. Sicuro di aver visto un pezzo di mondo, sicuro di aver bussato al mondo degli adulti.
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viaggi
sabato, 20 marzo 2010
"Sabina"
Conobbi Sabina (nome d’arte, come per Sofie) per puro caso, per pura fortuna. D’estate si sa, una festa tira l’altra, una conoscenza tira l’altra. Sta di fatto che mi ritrovai nella macchina di uno sconosciuto, a parlare delle nostre vite. Sul sedile posteriore, Sabina. Lì per lì non le diedi molto peso. Il tragitto verso il luogo della festa fu breve, lineare. Anche la festa scivolò via. Passarono pochi giorni. Nuova festa. Ancora Sabina in macchina. Stavolta il dialogo si fa serrato, io e quella ragazza piccolina, sbarazzina, con due occhi che parlavano non riusciamo a staccarci l’uno dall’altra. Al rientro a casa, qualcosa dentro di me si mosse.
Sgoccioli d’estate, altra festa. Riappare Sabina. Ci stendiamo sotto un albero gigante. Io la guardo, incurante degli sguardi e delle orecchie altrui. Glielo dico, senza giri di parole o sterili promesse. “Mi piaci”. Lei mi guarda. Sorride. La riaccompagno a casa. All’angolo, al momento di salutarci, ci diamo un bacio. Quella notte iniziarono 8 mesi di telefonate, viaggi romani, notti pugliesi vissute fino all’ultimo secondo utile per scambiarci i corpi.
Riuscii’ in un’impresa: feci 3.000 chilometri in 3 giorni, in treno, per vederla. Il periodo nero della mia famiglia era ai suoi albori. Partii’ per Milano a fine agosto, il 1° settembre sera ero in Puglia, il 2 sera di nuovo a Milano. Ero totalmente impazzito. Pazzo di quella ragazza sempre sorridente e disponibile, che nascondeva un sacco di segreti. Che, ovviamente, avrei scoperto molto dopo.
Ci capivamo guardandoci per pochi millesimi di secondo. E’ stata una delle pochissime ragazze con cui ho vissuto questa sensazione, piacevole, strana, complice. Durante la settimana studiavo come un pazzo per avere il weekend libero, per andare a Roma, dove lei studiava, e vederci. Ho perso un imprecisato numero di amici milanesi in quel periodo. Pagavo l’assenza durante il fine settimana. Un weekend restò storico. Tappa a Roma, arrivo a Perugia. Ricordo poche altre giornate così intense, così belle. A Perugia c’era Bruno, molto più di un amico, un fratello per me. Presto scriverò anche di lui.
Anche Natale fu straordinario. Avevamo entrambi spostato il fuso orario: di giorno dormivamo, di notte stavamo insieme, a casa mia. Riuscivo a capire il suo corpo in ogni suo movimento, in ogni suo isterismo, ad ogni passo mi diceva una cosa diversa. In quel momento era un pregio. All’alba la riportavo a casa. Stremati, infreddoliti, bocca a bocca ci davamo appuntamento per il giorno dopo.
A marzo, dopo la mia ennesima discesa verso Roma, si ruppe qualcosa. Nella Capitale in realtà non successe nulla. Quel weekend andò esattamente come gli altri, se non addirittura meglio. All’arrivo a Milano, mando un sms a Sabina: sono arrivato. Nessuna risposta. Non ci diedi peso. La mattina dopo, nella mia casella di posta c’era una mail di Sabina. Il succo era: sto troppo bene con te, sei una persona magnifica, ti voglio un bene enorme. Ma non dobbiamo vederci né sentirci più. Non cercarmi.
Il mio sconcerto è immaginabile. Bene, pensai. Pasqua è vicina, ci vedremo in Puglia, ne parleremo lì. A Pasqua, il corpo di Sabina mi era diventato sconosciuto. Non riconoscevo più nulla della donna che avevo amato. Capii’ molto tempo dopo quanto stava riuscendo a camuffarsi, quante altre volte l’aveva fatto, quanto la sua vita assomigliava a un eterno giocare a nascondino. Ogni qualvolta Sabina mi vedeva, scappava via. Eppure, io non le avevo fatto assolutamente nulla. Confrontandomi con amici, alcuni mi dicevano che aveva la coscienza troppo sporca per accettare un confronto civile. Altri, che non era mai stata una persona chiara, che a Roma a mia insaputa chissà quante altre storie aveva, mi si parlò addirittura di una gravidanza abortita. Tutto questo mi confuse la mente. Più la cercavo, più mi sfuggiva. Mi comportai male. Ancora oggi me ne pento.
Seguirono 5 anni di assoluto silenzio. La scorsa estate, o meglio, già a maggio, una piccola svolta. Un Invia / Ricevi della mia casella di posta mi rivela la presenza di una mail di Sabina. In sintesi, mi scriveva che era il caso di seppellire (la sua) ascia di guerra, di ritrovarci in maniera civile. Benissimo le rispondo io, è quello che ho sempre voluto. Ad agosto ci incontriamo. Ne nasce un bel dialogo. I suoi occhi sono vispi e accesi come li ricordavo. La sua voce squillante e incerta, come una persona che sta dicendo una vaccata e ha capito che la stai sgamando. Mi racconta di aver lasciato Roma, di aver lavorato come cameriera a Londra per un anno intero, e quando le dico che per la tesi a Londra ci sono dovuto andare più volte pure io, i suoi occhi emettono uno strano lampo di soddisfazione. Conclude con un “mi fa piacere averti ritrovato, aver ricreato un rapporto civile”, mi informa di essere tornata definitivamente o quasi in Puglia “anche se trovare un lavoro qui è come fare 6 al SuperEnalotto” , e se ne va. Il nostro rapporto è diventato questa cosa qui. A Milano si direbbe “piuttost’ che nient’, l’è megl’ piuttost’”.
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pensieri, milano, puglia
venerdì, 19 marzo 2010
Potenti. E analfabeti
Rispondo scherzosamente ad una mia stessa domanda, pur non frequentando il salotto di Marzullo. Ha un senso andare a votare? Dalle mie parti, nel Salento, sì. Ha un senso perché ponendo una X sul nome giusto ti guadagni gli occhiali da sole nuovi, il cellulare all’ultimo grido, l’asfaltatura davanti a casa. Ai più sognatori viene promesso addirittura un posto di lavoro in una Multiservizi che tranquilli, servirà solo a ciucciare per qualche tempo denaro allo Stato, e poi verrà dichiarata fallita. Alcuni partiti politici dalle mie parti riescono ad accaparrarsi un numero di consensi così ampi da alzare la media nazionale. Alcune facce tristemente conosciute riescono a candidarsi alle Politiche, alle Regionali, alle Provinciali e alle Comunali, senza che la popolazione si ponga poche, elementari ma ovvie domande.
Il bello è che, per amore della mia zona, se a tutto questo corrispondessero cura del territorio, sviluppo sostenibile, salvaguardia della natura, turismo indotto e intelligente sarei persino disposto a chiudere entrambi gli occhi e qualunque altro orifizio possa garantire un commento. Invece, è tutto un correre intorno al loro stesso nulla, a quei minuscoli interessi di paese che, a quel paese, fanno molto più male che bene. E intanto gli uomini al governo del luogo si sentono legittimati, potenti. Analfabeti aggiungerei io, almeno fin quando continueranno a preferire il dialetto locale all’italiano.
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politica, puglia
domenica, 14 marzo 2010
Punti interrogativi
Domande aperte sulla stretta attualità. Ha un senso andare a votare? Chi glielo spiega ai cosiddetti pezzi grossi che se presenti una certificazione fallata, se non la firmi, se non la timbri, se non paghi le tasse entro il giorno stabilito, passi dei problemi? Chi glielo dice che non è un complotto proto comunista o un’ideona delle toghe rosse? Chi glielo esplica che per i cittadini che loro stessi governano le sopra citate non sono formalità burocratiche, ma dure realtà con cui confrontarsi ogni giorno? Chi glielo spiega che non tutto funziona come gli appalti con cui loro sono abituati ad avere a che fare? Chi si prende la responsabilità di parlare apertamente di paura di mollare la cadrega? Un uomo su tutti sta provando a dare una risposta a questa marea abnorme di domande retoriche, si chiama Antonio Di Pietro, ma ha toni e tempi sbagliati.
Tornando alla prima domanda, ha un senso dare una preferenza? E a chi poi? Al meno peggio? Ma ce ne sarà mai uno? Emergerà? Ne avrà il coraggio? Ho la sensazione che quando finiranno i proclami e inizieranno a intravedersi le falle, l’attuale classe dirigente, di qualunque colore politico, sarà rasa al suolo con pochissimo onore. Chi resisterà? Un nome su tutti, per metterla sul ridere: Massimo D’Alema. E chi l’ammazza a quello.
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italia, politica
venerdì, 12 marzo 2010
Toc toc...Permesso...
Al calar della sera mi scopro spesso a guardare l’interno di case altrui, dai marciapiedi. Alcuni quartieri di Milano, soprattutto quelli centrali, si prestano senza vergogna a questa pratica bonariamente voyeuristica, veicolata dalla curiosità, quasi che i padroni di casa vogliano farti sfiorare la loro stessa opulenza. Provo a prendere uno spunto colorato dalla tappezzeria, cerco di immaginare cosa stia succedendo proprio in quella stanza, noto la piega delle tende, o la loro assenza. Seguo la forma di un abat jour con lo sguardo, intravedo una cassettiera antica, mi incanto se un quadro attira la mia attenzione. I passi che seguono questi sguardi veloci si fanno strada leggermente irregolari, sognanti, come fossero appena entrati in un microcosmo altro un po’ di straforo, senza peraltro sentirsi indesiderati.
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casa, milano
giovedì, 11 marzo 2010
Cercasi primavera disperatamente
Ma io dico, con tutti i periodi buoni perché un tubo fondamentale per il riscaldamento della casa si rompa, proprio durante l’ennesima nevicata con freddo annesso doveva succedere? Per fortuna il danno è stato riparato, la casetta è tornata ad una temperatura accettabile, ma la scorsa notte dormire da solo e al gelo non è stato proprio il massimo della vita. Come ho sentito dire in questi giorni: “Altro che Milano, sembra Ponte di Legno!”.
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casa, milano
mercoledì, 10 marzo 2010
L'altro lato del letto
Un film spagnolo. Si vede, e si sente. Paz Vega fa la parte della leonessa, sensuale e maliarda come non mai. La trama non tocca temi scottanti né ribalta verità assodate. E’ una commedia leggera, facile, che fa l’occhiolino parlando di sesso, senza mai scadere nel volgare spinto. Eppure, una pellicola così, curata ma senza troppe pretese tipo “vi sto proponendo uno spaccato della realtà in cui viviamo, come fate a non accorgervene?”, in Italia non sarà prodotta manco per sbaglio. Ma sssì, tanto noi abbiamo Moccia e Scamarcio, Laura Chiatti e Michela Quattrociocche…
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cinema
martedì, 09 marzo 2010
Dopo le Cinque Giornate...Le otto nevicate di Milano
Mai visto un inverno così! Nell’anno di grazia 1985, di cui ho ricordi sbiaditi e fotografici, venne giù quasi un metro di neve nell’arco di due giorni, e mi imbacuccarono dentro 3 paia di jeans e 7 maglioni. Ma quest’anno, è l’ottava volta! Fino alla quinta si regge, dalla sesta giungono i primi sintomi di stanchezza, la settima e l’ottava sono una vera rottura di palle. Poi, fosse neve secca e decisa, da bloccare il traffico e intasare le orecchie di “ciaff – ciaff” da Moon Boot…No! Sputacchini, freddo cane, ghiaccio misto ad acqua. Che 9 marzo strano.
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milano
domenica, 07 marzo 2010
Grazie a...
Montoya, all’Universitaria, all’Interista e a Gino Novembre. Perché ieri poteva essere una giornataccia. E invece, è stata divertente.
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pensieri
venerdì, 05 marzo 2010
Ora in un luogo, ora in un altro
Come i bambini, mi piacerebbe avere un potere soprannaturale. Il potere di cui vorrei disporre è la capacità di trovarmi ora in un luogo, ora in un altro. Fermandomi, esplorando, conoscendo, guardandomi in giro. Ho viaggiato e viaggio molto, ma non mi sembra mai abbastanza. Ho la perenne consapevolezza che i posti da vedere sono ancora tanti, e quanti mi sono rimasti nel cuore! Pur riuscendo a non farmi intrappolare dal modello globalizzato che ci vuole un po’ tutti schiavi di uno schema vitale tipo: casa – lavoro – spese – casa, talvolta mi rendo conto di vivere giornate alquanto schematiche, e provo a sfuggirle. Non sfuggirò mai, invece, alla fantasia e alla voglia di conoscenza che mi portano a cercare su Google Maps posti meravigliosi, lontani. E nemmeno mi negherò quella fame di volti, esperienze, storie che qualunque essere umano, cinese, indiano o delle Antille Olandesi, può saziare.
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pensieri
mercoledì, 03 marzo 2010
Basta poco
Un sms. E sorrido, felice.
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pensieri
domenica, 28 febbraio 2010
La nonna, l'utente e la fame chimica
Si disturba…Si disturba…Si masturba! La nonna
Se no, cosa mi fa? Utente giunta il 18/02/2010 presso il mio attuale posto di lavoro
Sono le persone che segnano le epoche, non viceversa. Beppe Severgnini, corriere.it
Chi vive, quando vive, non si vede: vive…Se uno può vedere la propria vita, è segno che non la vive più: la subisce, la trascina. Come una cosa morta, la trascina. Luigi Pirandello, La carriola
Lo svezzamento è l’anticamera del ristorante.
Non confondere mai l’insolito con l’impossibile. Geremia, spregevole protagonista de “L’amico di famiglia”
Con le tue battute faccio ottimi hamburger: sono trite e ritrite. Cristiano Ruiu a Giorgio Ravaioli, Telelombardia
Non farmi domande, così non ti dirò bugie. Jimmy, “Thelma & Louise”
L’arroganza è dei pezzenti d’animo. Il mio collega Andrea
“Un ritratto privato del sindaco potrebbe risultare originale e intrigante…”. “A meno che non si sbatta due troione ciucche di crack e un rottweiler in calore in diretta tv, è una rottura di coglioni” Dialogo durante una riunione di redazione tra Abby e Mike, “La dura verità”
Pane, Nutella e alici sott’olio. La fame chimica secondo il mio collega Andrea
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citazioni
venerdì, 26 febbraio 2010
Liam & Noel, fratelli coltelli
Ho scoperto gli Oasis all’uscita di “Familiar To Millions”. Era un album live, la band era già conosciuta a livello mondiale, ma all’epoca ero troppo pischello per crearmi una coscienza musicale. Beh, quell’album, seppur impreciso e acusticamente imperfetto mi stregò dalle prime note di “Go Let It Out”. Andai a ritroso nel tempo, ricostruendo la carriera dei fratelli Gallagher dai tempi di “(What’s The Story) Morning Glory”. “Don’t Look Back In Anger” è la mia canzone, me la canticchio spesso, non posso non sentirla almeno un paio di volte a settimana. I ragazzi di Manchester sono il brit pop, tutto ciò che è venuto dopo è contaminazione, è brutta copia. “The Masterplan” porta dentro sé una coralità eccezionale, ”Supersonic”, “Shakermaker”, “Acquiesce”, “Roll With It”, “Wonderwall”, “Live Forever”, “Rock’N’Roll Star” hanno alimentato un mito fatto di concerti memorabili, attese bibliche per gli album successivi anche a causa delle “distrazioni” dei fratelli Gallagher (e chi non vorrebbe “distrarsi” con una Patsy Kensit o con una delle sorelle Appleton, cantante delle All Saints???), eccessi leggendari e poco edificanti, risse tra Liam e Noel che sono rimaste nella storia, sia per la forma che per la sostanza. I due più famosi tifosi del Manchester City riuscivano a non parlarsi per mesi, a volte anche nelle fasi cruciali della stesura di un testo, dopo una litigata che aveva avuto luogo durante una massiccia sbornia.
Dopo aver vissuto un periodo di appannamento, anche a causa dell’allontanamento di alcuni membri della band che erano riusciti a far fronte al successo planetario, ma non alla dipendenza da alcool e droghe pesanti, Noel sforna altre primizie quali “Sunday Morning Call”, “The Importance Of Being Idle”, “Mucky Fingers”, “Lyla”, “I’m Outta Time”. Non esattamente canzonette melodiche italiote. In qualunque angolo del globo vadano, i Gallagher si portano appresso concerti sold out e incomprensioni. L’ultima risale alla scorsa estate. Noel stavolta si dice esausto dell’atteggiamento del fratello, e lascia la band. Pare non sia ancora tornato. Spero lo faccia presto. Altrimenti Liam con chi se la prende?
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musica
giovedì, 25 febbraio 2010
Guardare senza vedere
Dialogo nel buio. No, non è una conversazione a luci spente. E’ la possibilità offerta ai milanesi di vedere il mondo con gli occhi dei non vedenti. Un percorso meraviglioso, toccante, emozionante. E’ la perdita di un senso vitale, è la condivisione di un disagio e di una condizione.
Fu un regalo per il mio compleanno. Ho intrapreso questa piccola avventura con la persona più giusta, più valida, più dolce. Il tutto si svolge nella già citata Via Vivaio, in un luogo da sogno.
Per due ore abbondanti, nel buio più completo, sei accompagnato dalla voce di giovani non vedenti, che ti mostrano il loro mondo. Un cosmo che ha tolto loro gli occhi, mettendoglieli tra le mani, nelle orecchie, nei piedi. E’ incredibile come questi ragazzi ti guidino con una sicurezza invidiabile dentro un’enorme buco nero, e ti facciano scoprire che in quel buio è nascosto un ambiente casalingo, un panorama montuoso, il fruscio di un’onda marina, un locale da happy hour.
Una volta fuori, il cuore emana in tutto il corpo un turbinio di emozioni. Senti le palpebre pesanti, e hai quasi la sensazione di non averne bisogno. Senti di essere fortunato. Vorresti rientrare nel microcosmo di quei ragazzi, e abbracciarli uno per uno.
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domenica, 21 febbraio 2010
Quell'ultima ragazza
Solo io so quanta voglia ho che il cuore riprenda a battermi. Solo io so quanto vorrei che i miei occhi incrociassero quelli di una ragazza, rimanendo folgorati. L’ultima volta è successo poco più di 2 anni fa. La consapevolezza che il passato non si può rivivere è tanta. Come è tantissimo il bene che sento di volere ancora all’ultima donna che ha saputo sfogliare le pagine di questa mente, così semplice nei suoi contorsionismi.
Non mi aspetto né voglio un miracolo. Deve accadere nel più naturale dei modi. Ho saputo e continuerò a saper aspettare, resistendo alla voglia che ho di quell’ultima ragazza che è riuscita ad inondare ogni mio sguardo di felicità, ogni mio respiro di armonia, ogni mio passo di lei. Col timore che l’appena vissuto era il massimo che la vita mi aveva riservato. Con quell’amaro in bocca di averla perduta.
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pensieri
venerdì, 19 febbraio 2010
Alla ricerca della presa scart
Il digitale terrestre mi pare una forzatura. E dire che in Lombardia non è ancora arrivato…Non che guardi molta televisione; un telegiornale non so più cosa sia (anche perché non ne fanno più), e piuttosto di sorbirmi un film pieno zeppo di pubblicità o un cosiddetto varietà mi metto a leggere la Bibbia in swahili…Ma caspita, soprattutto nei confronti delle “fasce deboli”, degli anziani, il DT mi sembra una cattiveria bella e buona.
Ce li vedete i nostri nonni alle prese con decoder, sintonizzazioni, paranoie perché non riescono più a vedere il rassicurante faccione chessò, di Gerry Scotti? Immaginate la ricerca spasmodica della presa scart da parte di un ottantenne? E tralascio chi (già, e CHI sarà mai???) si sta arricchendo ancora e sempre di più grazie allo smercio delle scatolette magiche. Ma la qualità dell’immagine e del suono sono migliori! Sarà. Eppure, l’accoppiamento televisione – decoder mi fa venire in mente i “malati di niente”, persone con udito e dentatura perfetti che vanno in giro con l’apparecchio acustico e dentale.
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giovedì, 18 febbraio 2010
Che furia la Fura!
Ho visto ‘Boris Godunov’, l’ultimo spettacolo teatrale portato in scena dalla compagnia catalana della Fura dels Baus, poco meno di un anno fa. Ero in dolcissima compagnia, ma questo è un altro discorso. Lo spettacolo proponeva una fedele riproduzione degli avvenimenti che sconvolsero Mosca nell’ottobre 2002, quando, all’interno del Teatro Dubrovka, 41 guerriglieri ceceni tra cui 18 donne presero in ostaggio circa 800 spettatori.
Il primo quarto d’ora mi risultò addirittura rilassante. Ma, dopo circa una ventina di minuti alcune comparse sedute tra di noi si incappucciarono, minacciandoci con toni particolarmente reali. Da quel momento, iniziò la nostra prigionia. Nelle due ore successive, fu tutto un susseguirsi di minacce, grida, coltelli puntati alla gola degli spettatori, teatranti denudati e portati sul palco completamente biotti, insulti e parolacce. Una rappresentazione tanto reale da impaurire per davvero. Percepivo chiaramente la mia tensione emotiva e quella dei presenti in sala. Le espressioni truci dei rapitori, le loro armi (fortunatamente di scena) puntate, la mediazione esterna. E poi, noi. Il pubblico. Così preso da emettere 500, 600, 700 sospiri di sollievo in contemporanea, una volta chiuso il sipario. Quando si riaprì, le ovazioni risuonarono per diversi minuti.
La Fura è un gruppo molto discusso; molto amato da chi apprezza la sperimentazione, odiatissimo dai puritani del teatro. Si fanno ricordare; i loro spettacoli sono veri e propri eventi. Particolarissimo il questionario di domande all’atto dell’acquisto del biglietto: la sua compagna è incinta? Siete cardiopatici? Avete la pressione alta? La pressione bassa? Avete una spiccata capacità di resistere alle emozioni forti? Mamma mia, mica è la biglietteria per un safari di un mese, vorrei solo vedere la Fura!
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teatro
martedì, 16 febbraio 2010
La compagnia di bandiera. A mezz'asta
Dopo il quasi fallimento, dopo cordate vere e presunte, dopo la divisione in good company (quella dei ricchi & furbetti) e bad company (la nostra, quella dei debiti, degli scioperi e dei ritardi), dopo la disperata ricerca dell’hub giusto e dopo le inevitabili dichiarazioni di rinascita riuscita da parte di Mr. B., ricompare la pubblicità di Alitalia. In tv, credo (temo) sia accompagnata dal gaudente faccione di Raoul Bova. In ambito sportivo, non c’è palazzetto, piscina, pista, stadio che non ponga in prima fila quello stemma un po’ appassito su sfondo bianco.
Domande spontanee: perché quella col succitato Raoul è la prima pubblicità della compagnia di bandiera di cui la mia generazione ricordi? Perché prima se ne era persa traccia? Forse perché la bad company, ovvero NOI, stiamo pagando profumatamente gli spazi pubblicitari di cui la good company si fregia? Sono (NOSTRI) soldi spesi bene, se è vero come è vero che Linate, ormai appaltata in toto ad Alitalia, ha perso in un anno un milione di passeggeri? A mente fredda, una “resa” ad Air France non avrebbe fatto guadagnare in liquidità e qualità? Ops, dimenticavo: sarebbe stato uno smacco per la nostra bandiera. Che da quando esiste la good company andrebbe tenuta a mezz’asta.
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venerdì, 12 febbraio 2010
Mai stato a Napoli. Eppure, l'ho vista
Scrivere qualcosa dopo aver letto Gomorra è complicato. Perché su Saviano e sul suo coraggio si è già detto molto. Sulla sua scrittura, che sembra maturare pagina dopo pagina, ancora di più.
Leggendo, la benevolenza e l’ammirazione nei confronti di chi scrive quasi superano l’inquietudine per ciò che è stampato su quelle 300 e più pagine di vita vissuta, esperienze, morti, processi, opulenza, violenza. Saviano sa di cosa parla, è palese. E sa anche quando è il momento di tirar fuori immagini molto truci per catturare l’attenzione di chi legge. E’ uno Scrittore.
Napoli, Castel Volturno, Casal di Principe. Mi sembra di esserci stato. Non ho mai toccato il suolo campano in vita mia. Saviano era consapevole che dal giorno dell’uscita di Gomorra la sua vita sarebbe mutata. Sapeva di scrivere quel che laggiù tutti conoscevano, ma che nessuno aveva il coraggio di dire, neppure sottovoce. Sapeva di non essere condannato a morte ma che lo sarà, prima o poi, chè la camorra uccide a fari spenti. Sapeva, e ha scritto. Facendoci aprire gli occhi. Invitandoci a non chiuderli più di fronte a certe prepotenze, a certi malcostumi. E a certi morti.
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mercoledì, 10 febbraio 2010
Malaticci o fannulloni?
Due periodi di malattia nell’arco di due mesi non è normalità, per me. E non che mi dispiaccia perché l’Altissimo, ovvero il Ministro della Pubblica Amministrazione e Innovazione, mi trattenga 11 Euro per ogni giorno non lavorato. E’ perché non stare bene non è proprio da me. Eppure le annate così arrivano, quelle in cui le mani, il naso, la bocca si innamorano di qualunque virus passi tra i loro pori. Tanto poi mica sono loro che se la devono vedere con febbre, antibiotici, poca voglia di mangiare. E neppure col Ministro che spesso, per zelo o pressapochismo, prende lucciole per lanterne, o malaticci per fannulloni.
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casa
martedì, 09 febbraio 2010
Quel cappotto NON ERA mio
“E’ bellissimo…Quando muori me lo prendo”
“Ma vaffanculo”
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domenica, 07 febbraio 2010
Hai chiuso la porta?
Tra le mie idiosincrasie, la prominente è il “controllo coatto di chiusura porta”. Che sia casa mia o di miei familiari, dopo aver blindato la porta con più chiavi mi raggomitolo vicino all’uscio, e inizio a tocchicciare il pomello. Apri – chiudi, apri – chiudi, apri – chiudi, almeno fin quando non arriva l’ascensore. Picchi massimi di paranoia quando, ad ascensore già in discesa, risalgo per dare un’altra manata alla porta, verificando per la dodicesima volta la sua effettiva chiusura. E’una specie di perversione, una malattia incomprensibile. Probabilmente il timore dell’”altro” in casa, l’imbruttimento metropolitano, tutte le tensioni giornaliere sfociano in questo sfogo, insopprimibile, straniante.
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casa
sabato, 06 febbraio 2010
La mia lettera aperta. A Morgan
Castoldi,
era proprio necessario? Dimmelo, era proprio necessario? Tuo malgrado fai la figura della povera vittima del sistema. Ma no Castoldi accipicchia, pensavi che nessuno se ne fosse accorto? Pensavi davvero che le tue uscite sulla cosmogonia, sul ritmo, sul tempo, sulle convenzioni fossero ritenute intelligenti, o servivano a darti un tono? No Castoldi! Era palese che la gente pensasse “Ammazza, Morgan è fattissimo!”.
Non hai avuto abbastanza fortuna, Castoldi? Perché la butti via con un’intervista superficiale, incurante, imbarazzante? Per un’ulteriore mezz’oretta di riflettori puntati? Per l’onore di una puntata monografica di Porta a Porta? Suvvia Castoldi, un “fuori dagli schemi” come te ODIA Porta a Porta!
L’orrore è anche in tutto quello che hai scatenato. Hai regalato un dolce alibi ai veri cocainomani. Hai dato visibilità a un carrozzone depresso. Hai scatenato sociologi improvvisati. Non te l’aspettavi accidenti, come io, appena maggiorenne, non mi aspettavo che tu uscissi dal portone di una casa particolarmente vicina alla mia scuola superiore. A primavera diventò un appuntamento fisso, io sfrecciavo sul filobus e tu imboccavi la strada.
Guarisci Castoldi, esci da quegli occhi tristi. Inizia a buttarti a pesce sulla vita semplice, sulle rime semplici come “sole – cuore – amore”. La tua intossicazione deve iniziare da lì.
Ti abbraccio.
Con stima,
Elblondo
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musica
mercoledì, 03 febbraio 2010
Tre parti del corpo. Tre modi di concepire la vita
A 15 anni, fino ai 18 / 19, qualunque cosa fai viene dal cuore. Qualunque decisione non del tutto corretta sembra irreparabile, qualunque scelta un po’ azzardata. E’ il cuore che comanda, è quel “tump – tump – tump” pulsante e regolare che ti incoraggia e un po’ ti illude, quasi promettendo qualcosa.
Dopo, e per ognuno dei 6 miliardi di abitanti della Terra quel “dopo” può corrispondere a una data differente, tocca alla testa, o alla pancia. Il cuore reclama ancora il suo spazio, spesso lo trova, ma altrettanto spesso non viene considerato. Testa e pancia a volte son d’accordo, altre volte no (da qui, i terribili “mal di testa” e “mal di pancia”). La testa tende alla regolarità, all’abitudine, alla sicurezza; la pancia ogni tanto si allea col cuore; ogni tanto borbotta perché sì, è con la testa che si ragiona, ma anche lei ha “fame” di attenzioni.
Cuore, testa e pancia ci guidano. Talvolta ci portano dritti dritti verso una scelta errata, talvolta ci mettono in mano un volante contromano in autostrada. Capita che ci lascino libero arbitrio, come fosse una gentile concessione. Sanno di non essere perfetti. Sanno di influenzarci, di essere vitali.
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domenica, 31 gennaio 2010
Salvate il soldato Vendola
Nichi Vendola insegna molte cose, a prescindere dalla fede politica. Ovviamente insegna ai trafficoni del Partito Democratico. Ma parla anche al centro destra, dicendo forte e chiaro che i tempi dei proclami sono finiti. E’ giunta l’ora del fare.
Vendola è stato un buon amministratore della mia terra. E, nella sua prima campagna elettorale, non partiva né con i favori del pronostico né con caratteristiche personali che lo rendevano particolarmente attraente. Lo so, scrivo qualcosa di urticante, ma nella mia Puglia lo stereotipo stantio “comunista – omosessuale” non ti fa partire proprio col piede giusto. Eppure Nichi ha saputo parlare al cuore della gente come nessun altro politico ha fatto da Mr. B. in poi. Ero lì, ho assistito in prima persona alla campagna elettorale per le primarie. E non ho mai più visto un movimento popolare così radicato, organizzato, attivo. Avevo la sensazione che Vendola avrebbe vinto contro chiunque. E successe.
Il bello è che Nichi durante il mandato ha mantenuto le promesse, e questo alla politica non piace. Ti dimostri attento alle esigenze, alle domande e alle inquietudini della gente. E quindi non vai a genio a D’Alema, eminenza grigia di un partito grigio. Che ti vorrebbe inciucione, dall’occhiolino facile, spendibile per i suoi affarucoli. E ti impone, per le nuove consultazioni regionali, altre primarie. Che rivinci.
Cosa bisogna fare per far capire alla gerontocrazia che è giunto l’agognato momento di fare un passo indietro, di lasciare spazio alle idee, di guardare alle ideologie in modo rispettoso, ma mai vincolante? Spero, paradossalmente, che D’Alema tutto questo non l’abbia ancora capito. Perché se l’avesse capito e facesse orecchie da mercante sarebbe molto peggio.
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politica, puglia
sabato, 30 gennaio 2010
Comunicazioni importanti dal sottosuolo
In metropolitana continuano ad accadere cose strane. Innanzitutto, un flashback. Non molto tempo fa, mi capitava di prendere la metro, fare brevi commissioni, e riprenderla per tornare verso casa. Bene, non c’era volta in cui nel mio convoglio non vedevo un signore con una folta barba bianca, un impermeabile giallo, un paio d’occhiali da vista d’annata e uno sguardo un po’ perso. A qualunque ora, a qualunque fermata. Di certo non seguiva me. Ma lo vedevo sempre, e non era la mia immaginazione. Una volta, in un impeto di follia, cambiai direzione di marcia. Lui era nel treno verso San Donato, e qualche istante dopo in quello verso Maciachini. Decisi di non farci più caso. Ma ogni tanto lo vedo ancora. Fine del flashback.
Passiamo all’attualità. L’insostenibile disturbo causato dall’uso indiscriminato dei cellulari in metropolitana talvolta si tramuta in violenza, o in scene puramente trash, o in dramma umano, o in tutte queste cose assieme. In questo ultimo periodo ho assistito a scene mai viste: gente che mentre il conducente si accingeva alla chiusura delle porte, da fuori la vettura tirava calci a chi era rimasto dentro, imperterrito, col telefonino all’orecchio; ragazzi che, quasi in romanesco, intonavano “Ma che ccce frega, ma che ccce importa…” nei confronti di una manager alle prese con un affare andato male, raccontato per filo e per segno, via auricolare, a una imprecisata collega; racconti, dettagliatissimi, della notte appena passata a suon di sesso e ancora sesso (una probabile ninfomane declamava ad un interlocutore telefonico e all’intero vagone festante: “Erano almeno 30 centimetri, una cosa mai vista!”); casalinghe disperate che chiedevano al compagno, sempre attraverso il cellulare, se avesse tirato fuori la bistecca per un non meglio precisato Giacomino.
Non troppo tempo fa, la metropolitana milanese era un luogo in cui si poteva dormicchiare, o addirittura leggere, rumore delle rotaie permettendo. Alcuni ne approfittavano per lanciare occhiate piene di speranza alla “Miss Vagone” seduta di fronte. Da qualche tempo si possono ascoltare le vite degli altri. Peccato che spesso queste siano interessanti come una giornata passata a svolgere faccende domestiche in pigiama.
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metropolitana
venerdì, 29 gennaio 2010
Per fortuna è venerdì
Se esci prima dal lavoro, rassetti casa e prepari un pranzo coi fiocchi a tua sorella a base di agnolotti ripieni di zola e noci, mozzarella di bufala, antipasti e dolci vari, e la suddetta entra in casa già in lacrime, muovendosi convulsamente, alle prese con una litigata telefonica col suo ragazzo, terminando di rinfacciargli assurdità solo al momento di andarsene, beh, tu non vuoi bene a tua sorella. Gliene vuoi di più. Ma ringrazi il vincolo parentale che c’è tra voi, altrimenti una così l’avresti già presa a scarpate.
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giovedì, 28 gennaio 2010
Grido dunque sono?
Sostengo da diverso tempo che non è detto che urlando si ha necessariamente ragione. Invece, dal bar all’ufficio, dalla riunione alla rimpatriata, emerge questo: urlo, dunque sto dicendo cose interessanti, sensate e ho ragione. Anzi, URLO, DUNQUE STO DICENDO COSE INTERESSANTI, SENSATE E HO RAGIONE.
L’urlatore medio non si rende mai conto del contraltare di questo atteggiamento. Ovvero: grido; espongo le mie argomentazioni sbraitando. Ma se stessi dicendo cazzate, vociando violentemente non mi starei esponendo maggiormente al ridicolo? Quando succede, ovvero quando il folle re dell’eloquio si sente smentito e buggerato da una vocina flebile ma decisa come la mia ad esempio, le reazioni sono tutte da vedere. Il tono si strozza in gola, il pallore da figura di merda sostituisce il rossore dell’impeto. Almeno fino alla prossima conversazione.
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mercoledì, 27 gennaio 2010
Quella nevicata del 2006
Quattro anni fa oggi, Milano fu sommersa da una nevicata leggendaria. Ricordo ancora le strade impraticabili, quel silenzio surreale, quel freddo gelido. Quella necessità assoluta di muoversi, senza poterlo fare se non sfidando la tempesta.
Arrivai dove dovevo fradicio, semi assiderato, inzuppato d’acqua e neve dai piedi alle mutande, dalla testa al collo. Fu una delle ultime volte che vidi, da vivo, da cosciente, l’essere umano che ho amato di più, che mi ha amato di più.
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domenica, 24 gennaio 2010
Una favola, prima di addormentarsi
Enrico Ghezzi è geniale. E non uso mai questo aggettivo per caso, non lo regalo al primo artistucolo che passa. Il genio di Ghezzi si esprime nella sua capacità di tenermi sveglio, alle 3 di notte e in genere dopo serate molto allegre, davanti ad una scatola di plastica che trasmette un lungometraggio ungherese, o finlandese, o polacco, o giapponese, o cinese dei primi anni ’30. Le sue presentazioni fuori sincrono ti lasciano stranito; Enrico è un fine studioso dell’arte cinematografica, e si sente. I lungometraggi, a volte veri e propri film, altre volte documentari, sembrano perdere il loro filo logico dopo qualche frame. O forse è solo il sonno che non riesce a vincere la sua notturna battaglia.
Un campo dall’erba altissima nei dintorni di Cracovia, su cui pascola ogni tanto una pecora, diventa arte. La saga di una famiglia giapponese durante la Prima Guerra Mondiale ti fa entrare a testa in giù nelle viscere di quella cultura. Gli albori del cinema finlandese ti scorrono davanti alle palpebre.
Passano le ore, è quasi l’alba. Il film finisce, e ti senti come appena uscito da un incantesimo, da una favola, da una bellissima storia raccontata con una semplicità che forse oggi non ci appartiene più. Entri nel letto, ti dai il tempo per pensare “Ma guarda te, Ghezzi mi ha fregato di nuovo!”, e chiudi gli occhi.
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cinema
venerdì, 22 gennaio 2010
Anche se...
Riabilitazione. Rendere di nuovo abile. Anche se ha raddoppiato il debito pubblico? Anche se ha scalato un partito comprandone i componenti? Anche se si è arricchito e ha fatto arricchire i suoi delfini? Anche se “tutti facevano così, nessuno aveva niente da ridire”? Anche se era così stimato che il popolo gli lanciava le 50 lire al grido di “Prendi anche queste!”? Anche se si è dato, vigliaccamente e non da grande statista oserei dire, al momento delle sentenze? Anche se è stato pluricondannato, in tutti i gradi di giudizio? Anche se si è definito “esiliato” ma era, a tutti gli effetti, un latitante? Anche se è sotto un metro di terra da un decennio?
Anche se è stato il padre / padrino di buonissima parte dell’attuale classe politica? Ah, ora capisco.
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politica
sabato, 16 gennaio 2010
Battaglie perse in embrione
Ho scoperto la vena politico - sociale di Beppe Grillo scaricando un suo spettacolo, portato in scena al Teatro Smeraldo. Fino a quel giorno, non così lontano, non sapevo quanto poco costano gli sms alle compagnie telefoniche, rispetto a quanto li paghiamo noi utenti. Da quel giorno in poi, fui curiosissimo di scoprire Skype, regno della comunicazione veloce a basso costo a discapito dei regni Tim, Wind, Vodafone Omnitel. Avevo ovviamente sentito del crac Parmalat e dei bond argentini, ma l’argomentare deciso di Beppe fomentò la mia rabbia nei confronti della gente che aveva reso reali quelle assolute ingiustizie. Sapevo della qualità media dei politicanti che infestano dal Parlamento in giù, ma sentivo come una sensazione di impotenza; l’italianità, da quel punto di vista, si era impadronita di me. Beppe mi scaraventava in piena faccia realtà senza filtro, quasi compiacendosene, quasi sbeffeggiandomi via laptop. E aveva ragione.
Peccato che Beppe Grillo dica male le cose che pensa. Peccato perché le sue argomentazioni sono valide, le basi da cui parte sono plausibili, ma il tono che usa, gli aggettivi di contorno lo rendono irricevibile da chi dovrebbe far divenire realtà le sue brillanti idee. Non riesco a immaginare nessun capo di governo, di qualunque credo politico, accettare idee con toni da diktat da qualcuno. Figuriamoci da uno che quando parla della casta usa, in molti casi giustamente, toni da codice penale. E dunque, la guerra al digitale terrestre come tecnologia obsoleta ancor prima di nascere, il progetto di legge per bonificare il Parlamento dai pregiudicati, i consigli di zona, comunali, provinciali, regionali “trasparenti”, la promozione e l’uso delle energie pulite e rinnovabili sono, purtroppo, battaglie perse. Non in partenza. In embrione.
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teatro
venerdì, 15 gennaio 2010
Aiutiamo Haiti
Haiti. Uno dei Paesi più poveri del mondo, sicuramente il più povero del Nord America. Il terremoto. Fortissimo, devastante, implacabile, mortale. A parecchi giorni dal sisma ancora non si riesce a quantificare la morte, la distruzione, il terrore che ha provocato. Turisti, caschi blu, volontari, nessuno è risparmiato. Per non parlare degli abitanti della capitale Port au Prince: esseri umani già ampiamente al di sotto della soglia di povertà sorpresi da una catastrofe immane. Da lontano, come siamo noi, com’è l’Europa, si può solo pensare di aiutarli. Unicef, Medici Senza Frontiere e Agire Onlus sembrano canali sicuri e preferenziali. La vita non ha prezzo. Non può, non deve averne neppure a migliaia di chilometri da qui.
Quanto è più forte la Natura rispetto alla Vita! In una dozzina di secondi la forza della prima rovescia gli sforzi, la creatività, la meticolosità della seconda. E’ un confronto impari. E’ un messaggio sempre più frequente.
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martedì, 12 gennaio 2010
Parigi
Parigi non mi colpì particolarmente. Mi sembrò sporca, curata solo nelle piazze e nei luoghi frequentati dai turisti. Mi parve un’enorme Milano trattata ancora peggio della sua omologa lombarda. Non ci sono rimasto molto, ma mi restò dentro questo suo apparire perennemente sciatta. E dire che la compagnia era di quelle giuste, le giornate volavano e ogni serata aveva un suo perché…
Mi rimase impressa l’indisponibilità degli autoctoni. Appena un parigino/a sentiva quell’inflessione italica di cui il mio e molti altri francesi parlati soffrono, si chiudeva a riccio. Le risposte più frequenti a richieste di informazioni erano “Non so” evasivi ed evidentemente poco sinceri. L’ombra della Torre Eiffel, il suo respiro, il suo aspetto un po’ torvo ma gioioso sembra seguirti in qualunque quartiere ti trovi. Sembra lì, appena davanti o dietro di te, ma camminando camminando non la raggiungi mai. Gli Champs Elysees li ricordo come una passeggiata quasi anonima: negozi, negozi e ancora negozi. Per non parlare del cibo…Parigi è senza dubbio la capitale europea in cui sono stato dove ho mangiato peggio.
La vita notturna parigina mi fece rivalutare almeno in parte la capitale francese. La movida sembrava sciogliere i cugini: ogni locale sembrava chiamarti; ogni preferenza maschile, femminile, alcoolica, di stile era soddisfatta senza lasciare nulla al caso. I ragazzi, dagli adolescenti agli studenti universitari, si riversavano nelle piazze e in pub e discoteche come in un appuntamento al buio, dove non si sapeva con chi e come, ma era certo che ci si sarebbe divertiti. Il sole, che di giorno si vedeva nel cielo ma non nelle facce della gente, appariva da mezzanotte in poi sui volti, nei gesti, nei modi locali.
Tornai in Italia una domenica sera. Milano non mi mancava. Ma anche di Parigi riesco tuttora a fare a meno.
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viaggi
lunedì, 11 gennaio 2010
La Milano proibita
Milano tende a nascondersi. Luoghi belli, di interesse, ce ne sono a bizzeffe, basta fare un giro in zona Porta Venezia. Via Mozart, Via Durini, Via Vivaio sono pieni di gioielli nascosti ad occhi disattenti. Essendo perlopiù proprietà private, i cittadini devono mettersi l’anima in pace, e, per l’appunto, privarsene. Qualcuno la chiama “la Milano proibita”. Giardini con alberi secolari, piscine all’ultimo piano di palazzi insospettabili, tele volutamente sottovalutate. E’ un peccato, è un modo per convincere il cittadino che vive in una città definitivamente mediocre, quando non è sempre così. Basterebbe qualche apertura al pubblico, non per ostentazione ma per condivisione. E per restituire un pezzo di Milano, che non è solo fabbriche e lavoro, ai milanesi.
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milano
domenica, 10 gennaio 2010
Il giardino del suono e lo schiavo dell'audio
Chris Cornell. Un nome e un cognome sinonimi di musica di qualità, da far drizzare i peli sulle braccia e le antenne sopra le orecchie. Chris, a mio parere, è uno che di musica ne sa. Prima fonda i Soundgarden, poi gli Audioslave, ora pare ci sia aria di reunion col gruppo originario. “Black Hole Sun”, un motivo che ha fatto il giro del mondo ed è ancora attualissimo, mi ha fatto scoprire questa voce potente, questo timbro inconfondibile che predomina su chitarre e bassi. “The Curse” più che una canzone è un inno a tratti toccante, e qualcuno sa di cosa sto parlando. Con gli Audioslave, Cornell vive un periodo di profonda ispirazione; i suoni si fanno più arcigni, meno commerciali, ma i network si adeguano a questa allegra cupezza, e non potrebbe essere altrimenti.
Immagino il buon Chris, in questo periodo utile a ritrovare l’amalgama musicale, a sfondare chitarre, lanciandole sul muro del suo garage per un accordo sbagliato, o per la vicina che inizia a lamentarsi, o solo per il gusto di farlo.
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musica
venerdì, 08 gennaio 2010
Aristotele, Picasso e Claudio Bisio
La singolarità di un’opera d’arte è che è finta e vera allo stesso tempo. Aristotele
Se tu mi ami, io non ti amo. Se io ti amo, attento a te! Carmen di Bizet a Don Josè
Bisogna far valere la forza delle idee, e non l’idea della forza, che spesso si tramuta in violenza. Massimo De Luca, La Domenica Sportiva
I mediocri imitano, gli artisti rubano. Pablo Picasso
Se una pallottola mi trapasserà il cervello, che serva a distruggere ogni muro dietro cui ci nascondiamo.
Senza la speranza, i “noi” si arrendono. So che non si può vivere solo di speranza, ma senza la speranza la vita non vale la pena di essere vissuta. Harvey Milk
La storia che venne dopo, cancellò la sua. Alessandro Haber, “Per amore solo per amore”
“Non parla, non lavora, non fa niente…Questo qui è uno scansafatiche, un peso morto…”. “Eccellente curriculum signor Roby, lei è pronto per fare il Presidente”. Dialogo tra un ritardato mentale e Claudio Bisio, “Si può fare”
Se durante le feste natalizie vi capitasse di alzare gli occhi verso il cielo, vedere degli operai che protestano sui tetti sarà più facile che vedere stelle comete. Maurizio Mannoni, Linea Notte
C. è un paese di merda. Perché a C., dove c’è la massa c’è gente. Giovanni Bacumba, serata alcolica pugliese
Se il lavoro è una condanna, il problema è farsi condannare. Anonimo, serata alcolica pugliese
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citazioni
giovedì, 07 gennaio 2010
Il razzista vocale
Ho sentito parlare Niccolò Ammaniti in tv, per due volte nell’arco di una decina di giorni, tra una spadellata e un lavaggio del piano cottura. Sarò sincero: da come parla ho capito come scrive. E non mi piace. Grazie a quelle interviste ho capito tre cose:
1) Sono un razzista vocale. Se una persona non parla con l’accento, l’inflessione, la cadenza che dico io, non mi convincerà mai che quello che dice sia giusto.
2) Sono un po’ antiromano. Lo ammetto: e il libro ambientato a Villa Ada, e la vita nella campagna laziale, e quello sguardo da “Voi non romani non avete capito un cazzo di come gira il mondo”. Eh no Niccolò, non mi fare il borghesetto da salotto bene, si vede lontano qualche miglio che vuoi fare lo scrittore underground capitato nella lobby degli scrittori di successo per caso, ma la tua faccia (e il tuo accento, ribadisco) dice: “Ah scemi, m’avete fatto diventà ricco, vi stò a pijà per culoooo!“.
3) Gli intervistatori con le palle non li fanno più.
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martedì, 05 gennaio 2010
Una sedia come tavolo
La mia Puglia è aria pulita, cielo terso, inverni primaverili, estati africane. La mia Puglia sono pranzi che finiscono all’ora di cena, temperatura delle case più basse della temperatura esterna, mare calmo. La mia Puglia è gente che vale la mia vita, gente che non merita di stare su questa Terra, gente col cuore grande da cui imparare tanto, furbetti da poco, ragazze da lasciare a bocca spalancata per cura fisica ed estetica, e per mancata padronanza della lingua italiana. La mia Puglia riesce persino ad essere solitudine dalla quale imparare e trarre spunto. La mia Puglia è scrivere questo post con una sedia come tavolo, chè il tavolo vero è in cucina, stanza fredda, e non passa nel piccolo corridoio che porta al salotto. La mia Puglia sono amici e amiche che magari non sento per settimane, ma che ritrovo con una gioia che a 1000 km da qui non riesco a percepire.
La mia Puglia è ritrovare una persona che tanto è lì, non se ne va. Sa aspettarmi. E sa che tornerò, per godermi una delle mie tante Puglie. O per salutare lui come si deve. Come fosse un abbraccio in carne ed ossa.
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puglia
lunedì, 04 gennaio 2010
Una meretrice di cui quasi ti innamori
Andar via da Milano è sempre stranamente complicato. Aspetti le vacanze con ansia, ma quando è il momento di fare le valigie viene una sorta di groppone in gola. E’ una meretrice di cui quasi ti innamori, soprattutto in giorni festivi come Ferragosto, Natale, Pasquetta, in cui si manifesta per quella che è: spoglia, indifesa, repellente. Anche per questo, da curare con attenzione.
Una volta lontano non farà sentire la sua mancanza. Rende assuefatti col tempo, sa di essere lenta e inesorabile. E’ velocemente lenta nei rapporti interpersonali, ma anche lentamente veloce nelle emozioni che saltuariamente concede. E’ “il mio posto”. Non me lo sono scelto, lei ha scelto me. Chissà chi dei due ha fatto un affare.
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milano
domenica, 20 dicembre 2009
"Sofie"
Sofie (nome d’arte d’obbligo) è stata la prima ragazza che mi ha fatto battere così forte il cuore da sentirmelo fuori dal petto. L’età ha giocato un ruolo importante, il primo sentore che mi stavo innamorando di una mia compagna di classe delle scuole superiori arrivò a 15 anni. Sofie mi rimase dentro fino al primo anno d’università. Solo allora capii, nella mia ingenuità quasi virginale, di essere stato alquanto usato dalla suddetta.
Tutto ebbe inizio in terza superiore, durante uno dei trasbordi sull’autobus che, strapieno, ci conduceva a scuola. Mi accorgo che Sofie mi piace, e tanto, ma faccio l’enorme errore di non parlarle subito di questo tumulto che mi faceva tremare la voce ogni volta in cui lei mi chiedeva un parere, uno sguardo. Lei, bella, castana, sguardo ammaliante, di lì a poco si fidanza. Non era il primo, non sarebbe stato l’ultimo. Tormenti e paranoie infinite per me, eterno secondo agli occhi di una ragazza che già in quel momento aveva capito quanto potevo esserle utile. La mia “dipendenza”, come senza pietà la definiva un compagno di banco che ora è un fratello per me, era manifesta. Il banco di Sofie era dietro il mio, e io, regolarmente, durante spiegazioni, interrogazioni, compiti in classe, ero girato con le spalle appoggiate al muro alla mia sinistra, in modo da poterla guardare, da poterci parlare, da poterla far ridere col mio profilo destro. Lei era la mia lezione.
Si andò avanti così per tutto il terzo superiore. Poi, quasi a fine anno, arrivarono gli agognati giorni della gita a Vienna. Cinque giorni che ricordo nitidamente, come fossero ieri. Posto bellissimo, anche se io mi trovavo lì per poter vivere insieme a Sofie più delle 5 ore che ci erano concesse in giornate normali. Cinque notti che ricordo insonni, sempre a far battute, bere, andare in giro. Ritorno a Milano un po’ triste, 120 ore con Sofie non mi erano bastate per parlarle, per dirle ciò che provavo. Nella mia testa, amavo quella ragazza. E lei lo sapeva benissimo.
L’estate tra il terzo e il quarto superiore fu motivazionale. Non dovevano passare i mesi, dovevo pormi nei confronti di Sofie in modo chiaro. Solo dopo avrei saputo che la sua estate era trascorsa tra un bel po’ di ragazzi, che il suo fidanzato storico era dimenticato da tempo e che aveva sfondato la porta del mondo degli adulti, non solo sessualmente. A settembre, di primo acchito, mi sembrò che Sofie era riuscita nell’impresa di diventare ancora più bella, ancora più lucente, ancora più soda. Stavolta non sbagliai. Stop all’atteggiamento da “dimmi, ti ascolto”, dovevo essere io a parlare il più possibile. Questo cambiamento inizialmente la colpì, ma non le dispiacque.
Dal secondo quadrimestre entrammo ufficialmente in un circolo vizioso. Lo schema divenne conosciutissimo: uscivamo alle 7,45 dalle rispettive case, facevamo colazione in un baretto a dir poco malfamato, attendevamo le 8,35 , quando i miei genitori sarebbero usciti, e ci infilavamo quatti quatti a casa mia. Avevo 5 ore di Sofie tutta per me ogni giorno, mi sentivo un re, sentivo di potere qualunque cosa. Non sentivo quanto avrei pagato quell’atteggiamento alla maturità.
Vederla sul mio letto mi rendeva euforico. Sapere che usava il mio bagno era una benedizione. Mi incantavo a vederla bere un bicchiere d’acqua. Ero fatto.
Il quarto e il quinto superiore furono un tutt’uno di compiti in classe saltati, inverni sotto le coperte di casa mia, primavere nei parchi più belli e colorati della città, professori che benedicevano la nostra unione, compagni di classe che ormai si stupivano quando ci vedevano entrare a scuola, centinaia di pagine studiate in una mezz’oretta scarsa. Ma stava arrivando la resa dei conti.
La maturità. Improvvisamente, il rapporto si raffredda. Pensando male a volte ci si prende, e mi viene da scrivere che ormai lei aveva capito che non le servivo più, che quegli esami di Stato ci avrebbero diviso. Per sempre, se fosse stato necessario.
Preso dallo sconforto e da una tremarella che ricordo di aver avuto solo tra quel giugno e quel luglio, studio poco e male. Durante la prima prova scritta, riesco addirittura nell’impresa di andare fuori tema. La seconda prova mi tira su il morale. La terza è un disastro. Sofie, nonostante il suo urticante atteggiamento da “non so niente”, se la cava egregiamente. Il meglio viene all’orale. I professori interni fanno pagare a entrambi il fatto di essersi presentati a un quarto delle lezioni dei due anni precedenti. E’ uno tsunami. La professoressa di matematica mi pone un quesito e per disperazione se lo risolve da sola.
Esco da quell’istituto di gioie e dolori con un 65/100 che ancora grida vendetta facendo sentire il suo eco persino tra il rombo dei motori delle automobili che infestano la mia città. Quella stessa estate, quella che doveva servire a mettere le basi per un rapporto duraturo e felice al di fuori dell’ambiente scolastico, io e Sofie litighiamo, ovviamente per futili motivi, e ci perdiamo. Da quel torrido luglio ci siamo rivisti due volte, non per ricordare i bei tempi, ma per starci vicini durante due funerali che hanno devastato le nostre vite.
Sono passati 8 anni e qualche mese. Dai cartelli affissi anche nella mia via, ho saputo che nel 2008 Sofie si è sposata. Non pensavo a lei da parecchio tempo. Mi è tornata in mente, e immaginandola durante il giorno più bello della sua vita, fasciata nel suo abito bianco, mi sono commosso.
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sabato, 19 dicembre 2009
Generazione mille Euro
“Generazione mille euro”. Un film che rivela tanto, fin dal titolo. Un fermo immagine su una Milano reale, primaverile, viva e morta nello stesso istante. Una nuova, meravigliosa leva del cinema italiano, Valentina Lodovini, che dà luce a ogni scena cui partecipa. Un paio di ex nuove leve, sopravvalutate all’inverosimile qualche anno fa. Una regia curata, azzeccata. Un protagonista maschile con la faccia giusta. Magliette di Usa Shop (Korvetto Komanda & L’importanza di abitare in Corvetto…ogni volta che ci si trova a passare da Via Torino si viene letteralmente colpiti dalla forza dirompente di quegli slogan!), dialoghi mai scontati, colonna sonora sorridente, il sentimento “casalingo” e passionale che sconfigge l’amore “manageriale” e un po’ freddino. E’ molto difficile che il cinema italiano, seppur negli ultimi anni abbia riscontrato grandi successi, mi colpisca. Stavolta l’ha fatto. Con questo film leggero ma mai volgare, cinicamente intriso di buoni sentimenti.
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cinema, milano
venerdì, 18 dicembre 2009
Upgrading to 7
Io e la tecnologia siamo come due persone che sono state presentate da amici comuni, si sono viste poche altre volte, non si stanno troppo simpatici e possono fare a meno l’uno dell’altro. Già la connessione Internet attraverso chiavetta, da quando ho cambiato abitazione, è più lenta di una lumaca che prova a vincere i 100 metri all’Olimpiade. Ora, avendo cambiato il pc da poco e avendo diritto a Windows 7, ultima invenzione di quel ricchissimo matto geniale di Bill Gates, mi sono dato all’installazione del nuovo sistema operativo. Ovvero: al montaggio di una cosa di cui confondo il dritto col rovescio. Non che si tratti di qualcosa di trascendentale; la casa produttrice del mio portatile si è premurata di inviarmi due cd autoinstallanti, ma l’operazione è durata lo stesso tre ore.
Che ho passato così:
Prima ora: i dubbi del principiante. E se l’installazione mi cancella i file? E se la casa produttrice per farmi uno scherzone mi ha inviato due cd pieni di virus? E se tra un riavvio e l’altro il computer non si accende più? Come cantavano i Garbage: “I think I’m paranoid…”.
Seconda ora: l’ansia del casalingo. Se sapevo che ci avesse messo tutto questo tempo avrei lavato a terra! Fatto almeno una lavatrice! Invece sono qui a fissare questo pezzo di plastica che disinstalla schede audio e video (o almeno credo…panico!) per reinstallarle qualche quarto d’ora dopo.
Terza ora: il momento del bilancio. Ok, ci ha messo un sacco di tempo, ma Windows 7 è carino e funzionale. E diciamocelo: Vista faceva pena. Come una segretaria dalle dubbie capacità lavorative entrava in un turbine di tensioni all’apertura contemporanea di due documenti Word.
Ovviamente io e la tecnologia non abbiamo ancora fatto pace. Continuiamo il nostro confronto pacato ma duro, e fatichiamo ad abbassare i toni.
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mercoledì, 16 dicembre 2009
Sassolini in libera uscita
Soprattutto a dicembre, soprattutto nei giorni che anticipano il Natale, soffro di una strana malattia. L’autocommiserazione. Mi chiudo a riccio, non esco molto, e se esco ci tengo a togliermi dei sassolini dalle scarpe. Ovviamente, pentendomi delle mie stesse parole qualche passo dopo, quando i sassolini sono in libera uscita e le scarpe mi calzano finalmente comode.
Il buio che a dicembre domina mi spinge, dall’adolescenza, a pensare a ciò che non è andato nell’anno che sta per finire, soprattutto in ambito amoroso - sentimentale. Ok, arriveranno maggio e la sua splendida primavera e sarà il tempo di vedere tutto rosa, ma a dicembre proprio non ci riesco. E quindi do un inconsapevole start agli inevitabili “Ho sbagliato un'altra volta…”, “Mi sono comportato come uno stronzo…”, “Sì, però anche lei dovrebbe far pace con le sue idee…”, “Voglio stare da solo per un po’…”. Fortunatamente, non ho interlocutori quando la mente si lancia in questi pensieri in libera uscita. Mi faccio anche da interlocutore. E mi mando a quel paese da solo.
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lunedì, 14 dicembre 2009
Persino il Duomo si scaglia contro Mr. B!
Scrivo a mente fredda, quasi inevitabilmente, degli avvenimenti della scorsa domenica nella mia Piazza del Duomo. Doveva e poteva essere un “Predellino 2 – La Vendetta”. E’ stata una fotografia dell’attuale società italiana, della violenza che si porta dentro, delle tensioni sociali che questo Paese sopporta dentro di sé. Fino a quando un presunto squilibrato non perde la pazienza e si lancia, statuetta del Duomo in mano, verso l’Origine di tutti i mali. Mr. B era risultato una volta ancora populista, aveva una volta ancora attaccato la magistratura e la Corte Costituzionale, che tanto lo tormentano. Sarebbe passato tutto in secondo piano pochi minuti dopo.
Probabilmente la faccia sanguinante del Premier sarà un’istantanea che ci rimarrà nella memoria più dei suoi stessi problemi giudiziari, più delle escort, più delle figuracce internazionali. Comunque la si pensi, non è un’istantanea edificante. Resta un segnale: quella statuina del Duomo di Milano è un’arma lanciata sulle tempie dei politici e delle istituzioni politiche italiane, troppo forti con i deboli, troppo arrendevoli verso loro stessi e i loro simili. Di violenza in violenza: sono più coraggiose le parole di un Di Pietro o la pragmatica come scelta perenne dei politici di mestiere di una sinistra che non c’è più?
Postato da: Elblondo a 18:39 | link | commenti
italia
sabato, 12 dicembre 2009
Facebook? Anche no
La domanda me l’hanno posta spesso, anche persone che vedo così tanto che proprio non me la sentirei di avercele amiche anche in rete. “Sei su Facebook?”. Sorriso. Sguardo birichino. “No”. Ho ben due cellulari, svariate caselle di posta elettronica, una casella condominiale per le lettere, un blog. Ma non sono su Facebook.
Ho evitato il social network sin dagli albori. Inizialmente mi incuteva paura. Mi sembrava, com’è, un modo per rendersi perennemente raggiungibile dall’intero universo mondo. Il filtro del nome e del cognome mi appariva troppo poco filtrante. Inoltre, forse per osmosi come piace tanto dire a Linus, il solo pensare a Facebook mi faceva entrare in un immaginifico futuro teorizzato da più film, in cui l’uomo comunica con le macchine, e non più con i suoi simili. Il concetto di “contatto come immediata amicizia”, poi: i miei compagni delle scuole elementari, oggi, non sono miei amici, né tantomeno quelli delle scuole medie. Men che meno, come so che succede, mi vorrei trovare nella situazione di dover accettare (o rifiutare) come amico/a una persona di cui non ricordo l’esistenza, o di cui non la voglia appositamente ricordare, o di amici di miei amici che trovano le mie foto postate particolarmente ridicole. Men che meno alla seconda sono stato infettato dal berlusconismo, e quindi non ho alcun motivo per mostrarmi specchiandomi nell’obiettivo di una macchina fotografica digitale, per far sapere al mondo cosa ne faccio delle mie serate, per essere trendy e omologato, snaturando la mia persona.
Sicuramente si ritrovano persone perse nei meandri della memoria, ma il confine tra la gioia di riabbracciarsi (sì, ma solo in senso figurato) e il timore che il ritrovato possa sbirciarmi nelle mutande è per me ancora segnalato da una fittissima rete di filo spinato. E l’attenzione ai tag nelle foto? E i commenti dei commenti dei commenti? E i giochini alienanti che il social network propone? Non ce la potrei fare. In questi anni, ho fatto una scelta di vita: le persone a cui voglio bene, che mi vogliono bene, non le ho perse di vista. Non sono amici dozzinali, da social network. Sono pochi ma buoni. E sono Amici. Mi si vuole ritrovare dopo anni in cui si è fatto a meno l’uno dell’altro? Sono qui, in carne ed ossa. Non su Facebook.
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venerdì, 11 dicembre 2009
La spesa, un rito
Da quando vivo da solo, fare la spesa è diventato un rito. In un paio di supermercati di fiducia ormai conosco le cassiere, che all’inizio mi guardavano con un po’ di timore temendomi svedese, e quindi immaginandosi improbabili dialoghi in merito all’importo dello scontrino, ma poi hanno iniziato a sorridermi, quasi sollevate.
Con gli anni ho imparato un po’ di trucchetti del mestiere: mai fermarsi al primo supermercato, anche se magari è quello più vicino a casa; appena si può, fare un salto al mercatino della Coldiretti, dove si trovano frutta e verdura a prezzi di produzione, e non a prezzi da boutique; diffidare dei supermercati che accettano i ticket lavorativi: un chilo di mele arriva a costare fino a 3,50 euro, in quei postacci; comprare l’utile, ma non dimenticare il dilettevole; in cassa, dare la precedenza a chi ha poca roba nel carrello, farà guadagnare un sorriso sincero.
Altro rito è il riempimento del frigorifero: provo una soddisfazione inspiegabile a togliere i cibi da conservare da 0 a +4° C dal sacchetto, dividerli per tipo e organizzarli nella cella. E’ una sorta di orgasmo alimentare, simile al piacere che si ha ad assaporare un alimento particolarmente gustoso. Nel passaggio dal sacchetto al frigo mi sento un po’ Amelie Poulain, lo ammetto. Mi lascio incantare dai colori della frutta, dalla fragranza del pane e delle brioche, dall’estrema delicatezza delle uova, dal profumo intenso dei formaggi. Il naso tappato dimentica i suoi ingorghi, l’inquinamento milanese mi sembra lontano, i piaceri della gola offuscano senza appello i dispiaceri della vita.
Postato da: Elblondo a 18:19 | link | commenti (1)
domenica, 06 dicembre 2009
Se Fabio prende il Volo...
Apprezzo molto Fabio Volo. Lo ammetto: non ho mai letto un suo libro. Ho paura possa deludermi. Se non scrivesse come dico io, mi deluderebbe. Ma ogni volta che lo sento parlare, è una folgorazione. Fabio prende il Volo sparando massime come “Tutto ciò che dai è tuo per sempre”, o “Quando si ha dentro qualcosa bisogna dirla, altrimenti ti si pietrifica dentro”. Lo ascolti, ci pensi, guardi la sua faccia. Ne vale la pena.
Mi dicono che in questo ultimo periodo si prende un po’ troppo sul serio, un po’ troppo spesso vira volutamente sul sociale spinto e qualunquista, forse per un recente articolo fin troppo benevolo su Repubblica. Ma il Fabio mi trasmette un senso di libertà strano. Mi piace la sua sfacciataggine bresciana, il suo modo di affrontare il sesso, mi piace perché riesce a dire cose perfino intelligenti, senza cadere necessariamente nel banale.
Ricordo Italo – Spagnolo, su una gloriosa Mtv che oggi è una bruttissima copia di qualche anno fa, come un programma che per un’ora, nella notte, mi apriva la mente, facendomi sognare un Eden tra le ramblas. E come dimenticare “La febbre”, un film che, nel suo piccolo, mi ha cambiato la vita.
Postato da: Elblondo a 21:36 | link | commenti
mercoledì, 02 dicembre 2009
Il Paese è fermo
Ballarò, Matrix, Porta a Porta, Annozero, Linea Notte, Parla con me, Otto e mezzo. Ne dimentico almeno un’altra decina. Tutte trasmissioni televisive dedite a far conoscere l’opinione del politicante di turno. Numero uguale di esponenti per parte, urla, velati insulti, poche idee. E intanto, il Paese è fermo. Fermo su posizioni insulse, poco incline all’autocritica, fuori dalla crisi, dentro fino al collo degli scherni provenienti dai Paesi vicini. I concetti intelligenti e costruttivi, quando ce ne sono, fanno enorme fatica a passare, per quanto fortemente la parte avversa tende ad interromperli. Proponendo altri concetti intelligenti e costruttivi? No. Interrompendo e basta. E così, mentre in molti Paesi europei si dibatte sulla difficile convivenza tra religioni, sull’energia pulita, sul trasporto integrato, sul welfare, sul benessere da garantire alle nuove generazioni, in Italia ce la si canta e ce la si suona, tra un’intercettazione, un filmatino hard e un litigio nella maggioranza.
L’idea che il cittadino medio si fa, seguendo qualche mezz’ora delle trasmissioni che ho citato poco sopra, è a dir poco deprimente. Peraltro, il cittadino medio sa benissimo che neppure se la può prendere con sé stesso, in quanto il sistema elettorale vigente fa sì che gli occupanti il Parlamento siano nominati dai loro stessi capi, e non dal popolo sovrano. Risultato: nessun controllo sulla rigorosità del nominato, sulle sue capacità politiche ed intellettive, sulla sua fedina penale. Il deputato medio, quello che dovrebbe avallare nuove leggi che dovrebbero regolare la nostra vita, in realtà non ha tempo di farlo. Deve studiare le carte del processo che lo riguardano, avendo razzolato male in un passato neanche troppo lontano. Per fortuna poi potrà predicare bene, a Ballarò, Matrix, Porta a Porta, Annozero, Linea Notte, Parla con me, Otto e mezzo, ricordandosi dei suoi elettori, e di conseguenza del Paese, nei 60 giorni che precedono le elezioni. Meraviglioso.
Postato da: Elblondo a 18:10 | link | commenti
italia, politica, televisione
martedì, 01 dicembre 2009
Giornata febbrile
Lo stato febbrile non mi abbandona. Giornata strana: praticamente ho dormito 16 ore. Manco si trattasse di una febbre da cavallo…La televisione, pur mettendosi di buona volontà, proprio non riesce a farmi compagnia: facendo zapping, alle 18, nell’arco di pochi secondi ho intravisto un transessuale da Sposini e qualche non meglio precisato morto di fama dalla D’Urso. Ho spento senza pensarci un attimo.
Ho pensato a come si sarebbe dipanato in condizioni normali questo 1° dicembre: sveglia lasciata suonare all’infinito, di corsa al lavoro, da dopo pranzo sguardo perenne all’orologio sperando che l’ora di scappare via sia dietro l’angolo, burocrazie varie, cambio di regno (dall’ufficio alla cucina), cena, film. Tutte queste cose oggi le ho viste da casa, e la cosa non mi è dispiaciuta affatto. E’ chiaro, dopo una settimana credo impazzirei…Il lavoro, oltre a nobilitare l’uomo, salva da molteplici paranoie.
Postato da: Elblondo a 19:43 | link | commenti
lavoro, televisione
domenica, 29 novembre 2009
Clima natalizio. Di già?!?
Eccoci in pieno clima natalizio. Lo sento in giro, fino a qualche anno fa l’atmosfera si iniziava a colorare di rosso dopo l’Immacolata…Negli ultimi tempi, anche a causa della spinta sempre più consumistica, verso il 20 novembre le vetrine vengono riorganizzate, le luminarie vengono accese, i bimbi iniziano a esprimere desideri. Tutto sembra rarefatto, quasi magico, gli occhi si inumidiscono più facilmente, le giornate diventano sempre più corte, un altro anno volge al termine.
L’atmosfera natalizia mi ha già fatto il suo primo regalo: una febbriciattola insopportabile, che spero mi abbandoni presto. Naso colante, dolori alle braccia, alla gola e alle spalle…Evidentemente, nel corso dell’anno non sono stato un bravo bambino.
Postato da: Elblondo a 16:24 | link | commenti
sabato, 28 novembre 2009
Come volevasi dimostrare...
…E’ bastato un sorriso. Come un raggio di sole ha diradato la nebbia mattutina che avvolge la metropolitana che ogni santo giorno mi porta al lavoro. Neanche a farlo apposta (mia madre, nel nostro cadenzato dialetto pugliese direbbe “Comi si scioca lu diavulu!”), il giorno dopo aver scritto della totale mancanza di volti distesi che attanaglia questo posto io ho sorriso, e ho fatto una conoscenza particolarissima. Niente di che, trattasi di comparsa dell’ultimo film dei fratelli Vanzina, non esattamente “cinema alla Ingmar Bergman”. Ma, data la coincidenza col mio post, è stato strano.
Con un sorriso ho sciolto le difese di questa ragazza con la borsa strabordante di vestiti di scena e dall’aria un po’ spaesata, che non sapeva come fare per arrivare in un quartiere molto conosciuto della mia città. E dalla sua garbatissima richiesta di informazioni ne è nato un bel dialogo, un bel feeling. Ovviamente non abbiamo parlato di massimi sistemi, e per un secondo mi è balenato in testa il mio “tragitto tipo”, quello che ha inevitabile luogo dal lunedì al venerdì. E ho riso dentro, sguaiatamente, di brutto. Di me stesso, di come dovevo sembrarle ridicolo e un po’ ordinario. Dei ragazzotti che mi guardavano con aria un po’ invidiosetta. Degli altri passeggeri della mia carrozza, il cui sguardo confermava il post di qualche giorno fa: “Che faccia tosta quella biondina, le è bastato un sorriso di quel ragazzo per attaccare subito bottone!”.
La sua fermata è arrivata troppo velocemente. Abbiamo lasciato il nostro “A rivederci” al caso.
Postato da: Elblondo a 20:13 | link | commenti (1)
cinema, sorriso
mercoledì, 25 novembre 2009
Mi faccia un sorriso!
Vivo in una città in cui il sorriso è merce rara. Terrore di poter sembrare perennemente superficiali, stanchezze varie, broncio da stress, nessun motivo per farne uno…sta di fatto, che di sorrisi se ne vedono pochini. Basta fare due passi, e guardare l’espressione di chi ci si para di fronte. Basta notare i volti tirati della popolazione automunita (e in coda). Basta soffermarsi un attimo sulle labbra contratte dei passeggeri delle metropolitane. Suvvia, la vostra vita non sarà sempre così orripilante, no? Per migliorare la propria esistenza bisogna iniziare da sé stessi, e quindi provare, provarci almeno, a non porsi sempre con lo sguardo torvo, la boccuccia di traverso, i pugni chiusi. Basterebbe sorridersi, accidenti! Si inizierebbe bene la giornata, la si continuerebbe meglio, si creerebbero nuove opportunità di rapporti personali, così utili di questi tempi. Al contrario, da queste parti un sorriso è visto come eccesso di confidenza, e invece di essere seguito da un guizzo di risposta che parte dagli occhi e arriva al cuore, viene quasi sempre fatto coincidere con uno sguardo di disapprovazione. E se la pessima qualità della vita di noi lombardi dipendesse anche da questo?
Postato da: Elblondo a 20:08 | link | commenti (1)
metropolitana, sorriso
sabato, 21 novembre 2009
Tg2 - Costume e Società
Tutto ebbe inizio con Tg2 – Costume e Società. 15 minuti al giorno dopo il telegiornale delle 13, durante i quali staccare da cronaca nera, politica, guerre nel mondo. Non che fosse un appuntamento fisso, ma lo ricordo come rilassante. 15 minuti che passavano tra trend, sfilate, consigli per un gelato dissetante. Lo producevano senza secondi fini, non c’era un messaggio sottinteso, bisognava prendere quel quarto d’ora come un momento di alienazione postprandiale. E’ passato qualche anno, i tg non li guardo più. Perché sono diventati tutti, senza distinzioni o qualunquismo, un Tg2 – Costume e Società perenne. Con la differenza che i tempi si sono dilatati, i quarti d’ora post pranzo sono diventati intere mezz’ore di nulla, di cani randagi e gatti smarriti, di Corone e Belen, di transessuali e prostitute, di leccapiedi e lustrascarpe. “Che succede nel mondo?” “E lo vorresti sapere da un telegiornale? Sei proprio antico!”.
Postato da: Elblondo a 16:12 | link | commenti
venerdì, 20 novembre 2009
Siamo tutti un pò irlandesi
Francia – Eire. Una partita di calcio? No, un caso internazionale. Due squadre che si fronteggiano per più di 200 minuti, uomini tosti, obiettivo prestigioso. Un finale inimmaginabile. Ma andiamo per gradi.
All’andata la disputa sembrava aver preso una strada precisa: irlandesi trapattoniani, dunque chiusi e accorti, francesi lupini, attenti a sfruttare la minima sbavatura che prima o poi, doveva arrivare. E arrivò.
Nei 4 giorni tra un match e l’altro, galletti spocchiosi come al solito, irlandesi mai domi. In campo, la sorpresa: i verdi sono 11 leoni, i bleus altrettante pecorelle smarrite in una landa di quasi 110 metri nella periferia parigina. Gli irlandesi se la giocano, il Trap ci ha messo davvero poco per farsi amare a Dublino e dintorni, i cuori italiani battono anche per Keane e compagni. L’Eire ci prova, ci riprova, segna l’1 a 0 che porta le contendenti a un altro supplemento di partita. I verdi sbagliano almeno altri 2 gol già fatti, i francesi tutti iniziavano a procurarsi una croce e qualche chiodo per poter crocifiggere, giustamente, il loro bizzarro allenatore.
Poi, l’inenarrabile. Spinti dal tipico orgoglio transalpino, i bleus si spingono in avanti. Passano il centro del campo con un lancio lungo e tagliato. La palla va verso Thierry Henry, fuoriclasse fuori e dentro il campo, esempio di fair play universalmente riconosciuto. Fino alle 23 circa del 18 novembre.
Titì si libera di un difensore, sfiora la palla con la mano sinistra, poi se l’aggiusta meglio, con la stessa mano. Al centro dell’area per Gallas è un gioco infilare il pallone in rete, a porta vuota. 1 - 1, galletti qualificati al Mondiale, irlandesi fuori.
Gli amanti del gioco più bello del mondo si indignano. Impossibile non vedere. Impossibile non chiedere giustizia. Impossibile non sentirsi un po’ irlandesi. Impossibile non pensare a qualcosa di già scritto, per la gioia dei vertici della politica calcistica. Il Primo Ministro irlandese chiede ufficialmente la ripetizione della partita e le scuse transalpine. La Fifa non concederà la prima, i francesi non garantiranno la seconda.
Nel nostro piccolo, a giugno, per portare un po’ di Irlanda in Sudafrica, potremmo tingerci di verde una piccola parte della manica azzurra della divisa. Per ricordare che il fair play, se rimane scritto sugli striscioni a inizio partita e non entra nella testa delle persone, non serve a niente.
Postato da: Elblondo a 18:42 | link | commenti
mercoledì, 18 novembre 2009
Lavoravo di corsa...ma non ero un maratoneta
Appena dopo la laurea, in immediata post adolescenza, ho lavorato per quasi un anno nel settore privato. Posto di lavoro adrenalinico, potevo mettere alla prova il mio inglese fino alla nausea. 8 ore al giorno vissute, respirate, bestemmiate in un’altra lingua. Ci volevo provare, d’altronde era la mia prima vera esperienza lavorativa dopo qualche anno in un call center malpagato, maltrattato, ma dove avevo fatto un sacco di belle conoscenze, da tutti i punti di vista.
La giornata tipo era…di corsa. Di corsa rispondere alle mail e al telefono, di corsa a pranzare, di corsa alla stampante, di corsa al bagno, di corsa a reportare alla ineffabile capa le criticità della giornata. La mia vita di 24enne stava diventando una paradossale corsa verso il nulla, tanto che quando davvero dovevo e potevo correre verso qualcosa di realmente vitale e interessante, mi inceppavo. La parte maggiormente comica di quel periodo della mia vita era il weekend: arrivava il venerdì sera, e stanco e furioso dopo 5 giorni vissuti sul limite del record del mondo dei 100 metri piani, mi gettavo a peso morto sul divano, rimanendo immobile fino alla domenica sera. I miei familiari, straniti da questa mia improvvisa apatia e preoccupati, fino a qualche settimana prima, dei miei fine settimana a dir poco dilatati e stupefacenti, ora addirittura mi invogliavano ad uscire! “Non esci neppure stasera? Ma è da venerdì che sei immobile!”. Incredibile.
I colleghi erano persone straordinarie. Tra di noi, senza finta modestia, ci si dava degli “illuminati”. Gente con degli interessi, persone con palle cubiche, brillanti, mai scontate, si ritrovavano a essere tuttofare, senza che del lavoro se ne vedesse mai la fine. Il colmo era che se ci si lasciava andare per qualche secondo all’ilarità a causa di un cliente con un accento particolarmente marcato, o di una risposta in un inglese inverosimilmente maccheronico, si veniva ripresi come se in quel momento si fosse tradita la logica aziendale. Se l’ilarità si ripeteva regolarmente, il destino era segnato: le postazioni dei traditori sarebbero state inesorabilmente sparpagliate all’interno dell’infinito open space. Di conseguenza, il muso lungo era un must, e le risate venivano sdoganate via mail agli altri “illuminati” che magari distavano da te una quindicina di centimetri. Il risultato era più o meno questo: “Shipment doesn’t arrive at time because of traffic delay…” Ahahahahahahahahah! ;-)
La classe dirigente era particolarmente preparata, particolarmente bastarda. La lamentela del cliente equivaleva alla fustigazione dell’advisor che ne curava gli affari. I “Non deve più accadere”, i “così non va”, i “ti tengo d’occhio” erano all’ordine del giorno. I miei “non deve più accadere, i miei “così non va”, i miei “vi tengo d’occhio”, oggi, ad anni di distanza, sono tutti per quella classe dirigente che crede, forse tutt’ora, che il tono di una telefonata abbia più valore della persona in carne ed ossa che hai di fronte in quel momento.
Capitolo ferie: livello comico. Partiamo dai diritti: un giorno di riposo garantito ogni due mesi. Fine. Ferragosto? Natale? Capodanno? Pasqua? E perché mai festeggiarli? “La tua famiglia è l’azienda!” Risultato: ho visto gente che, pur di farsi 2 meritate settimane di ferie “estive”, organizzava la “vacanza fin troppo intelligente“: partiva per il mare a metà maggio. E il Natale? Non si può spostare il Natale! Eh, vabbè, alla fine il 25 e il 26 sono festivi, e se il calendario era dalla nostra parte ci scappava pure che il 27 era sabato e il 28 domenica…Di che si lamentano questi schiav…lavoratori??? Sì, ma io le mie giornate di ferie le ho maturate e mi piacerebbe goderne quando dico io, almeno il minimo indispensabile…Ma anche no, il 14 agosto bisogna garantire ai clienti che almeno metà degli advisor siano presenti. Il 14 agosto??? Cioè, in quei giorni pure il Papa riposa…”Ma tu, essendo presente, dai il buon esempio pure al Papa, no???”.
No. E infatti ho resistito un anno intero, per la stima che mi legava a persone che ho conosciuto lì dentro e che mi hanno dato tanto, che mi hanno regalato un pezzo di vita nel momento più difficile. Ho atteso la risposta tanto bramata quanto temuta (sapevo cosa lasciavo, non sapevo cosa trovavo…) del mio attuale datore di lavoro, ho compilato tre righe per mettere nero su bianco le mie dimissioni, e ho salutato tutti. Alcuni, con una gioia che neppure immaginavo, che neppure credevo mia. Altri con un groppo in gola che ancora mi porto dentro. In un colpo solo basta “proattività”, basta “pending”, basta statistiche, basta “sei tornato dalla pausa breve con 1 minuto e 20 secondi di ritardo”.
Cosa avrei trovato, una settimana e un lavoro più tardi? Arriverà il momento di scrivere anche questo.
Postato da: Elblondo a 19:39 | link | commenti
lavoro
lunedì, 16 novembre 2009
Due anni e un mese di vita
Due anni e un mese di vita. E’ come se avessi quest’età. Non per immaturità precedente, ma per vita indipendente. Due anni e un mese vissuti in tre case. La prima, miglior rapporto qualità - prezzo, vista su una delle piazze meglio tenute della mia mal tenuta città, padrona di casa un po’ invadente e possessiva. La seconda, la casa dell’emergenza e dell’amore, orrenda a prima vista e anche dopo attenta analisi. La terza, la contemporanea, la casa del silenzio, della lettura, della scrittura, del pensiero. Silenziosa, carina, con tutto ciò che serve al suo posto. Due anni e un mese di sughi, di lavatrici, di ferri da stiro, di frigoriferi pieni come soddisfazione personale. Di crescita, di maggior stima nei propri confronti, di scoperte, di esperimenti.
Sono uscito dal borghese e giardinato condominio di famiglia con tanta consapevolezza d’ignoranza: non sapevo cucinare, lavare, stirare, sopravvivere. E dunque, dopo aver frequentato l’università nella città che mi ha visto nascere (errore imperdonabile!), l’uscita in punta di piedi dalla famiglia mi sembrava la strada giusta da intraprendere. Oggi l’istinto di sopravvivenza è marcatissimo in me, sono in grado di stare al mondo. Ok, ok, ogni tanto ho delle furiose litigate col forno o con lo scaldabagno, ma il fatto che gli elettrodomestici non rispondano è sicuramente un punto a mio vantaggio!
Postato da: Elblondo a 13:22 | link | commenti (1)
casa
Si comincia!
Ci ho pensato per un pò. Internet ormai è il pane della mia generazione, parecchi progetti di scrittura "vecchia maniera" sono andati a farsi friggere, e man mano che passavano le ore il pensiero "Un blog, perchè no?" prendeva sempre più il sopravvento.
Cosa riporteranno queste pagine? Quanto sarò loro "fedele"? Riporterò fatti, pensieri, considerazioni, esperienze, accadimenti, o tutte queste cose insieme, in ordine sparso? E poi, chi sono? Da dove arrivo? Poco a poco tutte queste cose verranno fuori, non c'è fretta.
Dunque, si comincia!
Postato da: Elblondo a 12:46 | link | commenti (2)
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