Fatti, pensieri, esperienze in ordine sparso

Fatti, pensieri, esperienze in ordine sparso

domenica 10 marzo 2013

Non sono (ancora) stato infettato

da Facebook prima, da Twitter, Instagram e affini poi, dalle fattorie virtuali né da Ruzzle ancora dopo. E infatti mi ritengo sano di mente perché, ad esempio, postare la propria geolocalizzazione lo reputo, di converso, da perfetti imbecilli: in un luogo come Milano ci metto un nanosecondo per capire chi sei e venirti a rubare in casa appena ti geolocalizzi dall’altra parte della città – è successo, a miei conoscenti.

Fotografare l’ultimo paio di scarpe che ho acquistato non sarebbe da me, né riempire l’etere di foto mie, di miei parenti, della mia supposta ragazza, di miei amici, del mio bagno. Ma perché? Perché far sapere al mondo intero – perché Internet è il mondo intero, ormai – cosa combino nel weekend, o perché ho comprato i fusilli Divella e non Barilla? La parola privacy non è un contenitore vuoto; sta al consumatore di qualsivoglia prodotto regalargli un senso.

E che pena, che umana pietas mi fanno i poveretti che camminano sui marciapiedi della città tutti indaffarati a smanettare su Fb, o a postare la qualunque su Twitter, social per famosi: a volte gli vado volutamente addosso, e hanno la coscienza sì sporca che, loro!, mi chiedono scusa. Salvo pestare una cacca di cane non raccolta dal poco civico padrone pochi isolati più in là e non maledire animale e padrone, ma sfogare sul social la propria rabbia ignorante.

Nessun commento:

Posta un commento