da Facebook prima, da Twitter,
Instagram e affini poi, dalle fattorie virtuali né da Ruzzle ancora dopo. E
infatti mi ritengo sano di mente perché, ad esempio, postare la propria
geolocalizzazione lo reputo, di converso, da perfetti imbecilli: in un luogo
come Milano ci metto un nanosecondo per capire chi sei e venirti a rubare in
casa appena ti geolocalizzi dall’altra parte della città – è successo, a miei
conoscenti.
Fotografare l’ultimo paio di scarpe
che ho acquistato non sarebbe da me, né riempire l’etere di foto mie, di miei
parenti, della mia supposta ragazza, di miei amici, del mio bagno. Ma perché?
Perché far sapere al mondo intero – perché Internet è il mondo intero, ormai –
cosa combino nel weekend, o perché ho comprato i fusilli Divella e non Barilla?
La parola privacy non è un contenitore vuoto; sta al consumatore di
qualsivoglia prodotto regalargli un senso.
E che pena, che umana pietas mi
fanno i poveretti che camminano sui marciapiedi della città tutti indaffarati a
smanettare su Fb, o a postare la qualunque su Twitter, social per famosi: a volte gli vado volutamente addosso, e hanno la
coscienza sì sporca che, loro!, mi chiedono scusa. Salvo pestare una cacca di
cane non raccolta dal poco civico padrone pochi isolati più in là e non
maledire animale e padrone, ma sfogare sul social la propria rabbia ignorante.
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