Commentare, scrivere delle
dimissioni di un Papa è invero complicatissimo, a maggior ragione se si è non del tutto credenti come il
sottoscritto. Seicento anni prima lo aveva fatto Gregorio XII e poi più nulla:
da quel dì morte e fine mandato hanno fatto rima, sul soglio di Pietro. Per SEI
secoli.
E quindi il gesto è
indubitabilmente grande: si prende atto che non ce la si fa e ci si tira
indietro, nella migliore tradizione di una dignità
che non siamo più abituati a vedere. E non ci sono dubbi, retropensieri,
piccole cattiverie da grandi reati che tengano; l’atteggiamento è da
applaudire, l’annuncio – non in pompa magna, non durante un Angelus – fa
apprezzare l’uomo.
E da non del
tutto credente azzardo, dunque, un paragone asimmetrico e un po’ forte:
sostituire Giovanni Paolo II – grandissimo uomo, gran rivoluzionario delle
prassi e delle menti – alla guida della
Chiesa pesa quanto prendere il posto di Josè Mourinho alla guida di una squadra
di calcio di livello mondiale: il peso del ruolo, la grande responsabilità, il
predecessore di enorme livello e spessore sono fattori che contano, altro che
no.
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