Il capoluogo toscano è, a livello personale, bei ricordi in solitudine e un addio che ancora un po’ fa male, di quelli che ti chiedi “come sarebbe andata se…” non avesse avuto luogo. In settimana Firenze è balzata agli “onori” della cronaca per un fatto di sangue della peggior specie, per un bruttissimo episodio di razzismo, intolleranza, xenofobia.
Un disperato, malato di mente, ovviamente solo, spara all’impazzata pur avendo un obiettivo generico nel caos di un mercato all’aperto: le persone di un colore diverso dal suo. Come se non respirassero come noi, non lavorassero come e più di noi, non fossero italiani, se non per passaporto o cultura quantomeno per adozione.
L’odio represso che riemerge in un periodo difficile, come nei primi mesi del Ventennio; l’incitamento costante e continuo a connotare l’”altro” come necessariamente diverso; la disperazione che riesce a farsi benzina sopra una miccia mai completamente inerme. Il freddo gelido che cala su una società facendola tornare indietro nel tempo, giungendo in un sol balzo all’età della pietra.
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