Non un grande Italiano: non
confondiamolo mai con chi del mio Paese è un vanto. Di sicuro un italiano diverso, di quelli che ami o odi, che
stai con lui o contro di lui. Giulio Andreotti, 94 anni, ha mollato la presa in una giornata di primavera, in una di quelle
mattinate che non sanno cosa essere: se carne o se pesce, se estive o con
l’ombrello.
In molti lo piangono – chi scrive
se ne è fatto velocemente una ragione - , in tanti lo hanno amato come simbolo
di una politica che non c’è più, che mai ritornerà. Tante luci – molto
apprezzato fuori dall’Italia, il buon Belzebù
– altrettante ombre sul suolo patrio, di quelle che ti porti dentro per sempre,
che fanno cupezza leggendaria.
Il sequestro Moro e i bacetti mafiosi, i segreti di Stato ben
custoditi e quei personaggi un po’ naif di
cui si circondava, una scuola di pensiero che ha fatto storia e il miracolo di
un debito pubblico sostenibile, lo stile di vita da clausura e le fulminanti
battute al vetriolo, l’uscire lindo da qualsivoglia processo e quell’influenza
da padre Costituente che ha esercitato fino all’ultimo giorno.
Un uomo che ha modificato la concezione della
Repubblica Italiana, plasmandola – nel bene e nel male – sulla propria figura
istituzionale prima, sulla propria persona poi.
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