E me ne faccio da solo, come in
un circolo vizioso. Che lo stesso circolo diventi virtuoso è caso e
bisestilità: capita di rado e io stesso me ne stupisco.
Prendi ciò che sto vivendo –
analizzalo e sconvolgilo, ritoccalo e ribaltalo – porta sempre a qualche
considerazione non del tutto positiva. Sono sempre stato l’uomo del corteggiamento lungo e faticoso; solo in determinate
situazioni, anche per degli improvvisi colpi di testa, l’accelerata è stata
decisiva e portatrice di felicità personale e condivisa. Poi mi sono scoperto chiacchierone, per la serie “parlo di
ciò che mi manca”. E quindi via con sproloqui sessuali e fraintendimenti spinti
sin dalla prima sera in cui conoscevo una ragazza di qualsiasi tipo e genere, che mi ispirasse fisicità o che mi facesse
simpatia. Risultato: ho scaldato l’ambiente ad altri, che come me
conoscevano la consenzientissima poveretta dalla stessa sera ma che, a
differenza di me, ne hanno avuto una visione privilegiata, orizzontale.
Non sono neppure più senza parole: più semplicemente
mi chiedo cosa non va in me – perché di sicuro qualcosa che non va c’è. Mi
resta parecchia amarezza addosso, quell’amarezza vuota e infame che mi porto
dentro da 3 anni e mezzo ormai, da quando si è chiusa l’ultima storia seria di
cui – e non è un caso – ancora non ho
scritto una riga, qui.
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