Fatti, pensieri, esperienze in ordine sparso

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sabato 19 gennaio 2013

Non riesco più a scrivere di lavoro

Dai primi di dicembre tante cose sono cambiate. Abbiamo traslocato – la cara vecchia comodità della metropolitana me la sono dimenticata: ora devo cambiare linea e farmi pure un bel pezzo a piedi – e lavoro sottoterra. Si, a 4 metri dal marciapiede, che vedo da un finestrone altissimo. 

Ma non finisce qui: ho mollato la mia bella solitudine per il collega più ovvio, quello che svolge la parte preliminare del mio lavoro. Non è un personaggio allegro né dalla fulgida brillantezza, ma per tirarmi su ho iniziato a pensare che poteva pure andarmi peggio. E quindi, lo sopporto.

Ho la fortuna di godere, dunque, di un ufficietto, seppur in condivisione. Perché la tanta parte dei miei colleghi si è invece ritrovata in un open space abnorme e generatore di un rimbombo mortale. Io sento le telefonate di chi sta 4 uffici più in là, nonché un perenne brusio proveniente dal succitato open, e più ci sto più mi rendo conto che quegli spazi a tutto erano destinati ma non a essere uffici, a ospitare del pubblico. Tutto ha la forma di un luogo dove si dovevano tenere mostre, incontri…all’ingresso c’è persino un auditorium da 400 posti!

Prima delle vacanze di Natale poi, forse per lo stress generato dalla poca aereazione o per l’indisposizione portata da una quantomeno attesa congiuntivite, ho anche avuto da ridire con una mia superiore – o supposta tale – che per 3 volte in una mattinata, additandomi, mi fa: “Che cosa stai facendo?” con quello sguardo che dice ‘ti ho sgamato, stavi cazzeggiando’. Eh, no. Mi spacco e mi si prende pure di mira? Alla prima occasione ho chiarito le cose. E l’atteggiamento della miss pare cambiato.

Dopo i primi giorni di gennaio, che fanno assonanza con caos incontrollabile, sono tornato al mio. Svolgo i miei compiti, aspetto che passino 8 ore, torno a casa. Con la consapevolezza – e la fortuna di esserne consapevole – che quella è solo una parte della mia vita.

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