Dai primi di dicembre tante cose
sono cambiate. Abbiamo traslocato – la cara vecchia comodità della
metropolitana me la sono dimenticata: ora devo cambiare linea e farmi pure un
bel pezzo a piedi – e lavoro sottoterra.
Si, a 4 metri dal marciapiede, che vedo da un finestrone altissimo.
Ma non finisce qui: ho mollato la
mia bella solitudine per il collega
più ovvio, quello che svolge la parte preliminare del mio lavoro. Non è un
personaggio allegro né dalla fulgida brillantezza, ma per tirarmi su ho
iniziato a pensare che poteva pure andarmi peggio. E quindi, lo sopporto.
Ho la fortuna di godere, dunque, di un ufficietto, seppur in
condivisione. Perché la tanta parte dei miei colleghi si è invece ritrovata in
un open space abnorme e generatore di un rimbombo mortale. Io sento le
telefonate di chi sta 4 uffici più in là, nonché un perenne brusio proveniente
dal succitato open, e più ci sto più mi rendo conto che quegli spazi a tutto
erano destinati ma non a essere uffici, a ospitare del pubblico. Tutto ha la
forma di un luogo dove si dovevano tenere mostre, incontri…all’ingresso c’è
persino un auditorium da 400 posti!
Prima delle vacanze di Natale
poi, forse per lo stress generato dalla poca aereazione o per l’indisposizione
portata da una quantomeno attesa congiuntivite, ho anche avuto da ridire con
una mia superiore – o supposta tale – che per 3 volte in una mattinata,
additandomi, mi fa: “Che cosa stai facendo?” con quello sguardo che dice ‘ti ho
sgamato, stavi cazzeggiando’. Eh, no. Mi
spacco e mi si prende pure di mira? Alla prima occasione ho chiarito le
cose. E l’atteggiamento della miss
pare cambiato.
Dopo i primi giorni di gennaio,
che fanno assonanza con caos incontrollabile, sono tornato al mio. Svolgo i miei compiti, aspetto che passino 8 ore, torno a
casa. Con la consapevolezza – e la fortuna di esserne consapevole – che quella
è solo una parte della mia vita.
Nessun commento:
Posta un commento