E che pezzo! Emilio Fede, soprannominato nei modi più osceni dai suoi denigratori (ma anche dai suoi colleghi d’azienda). Si dice sia stata “colpa” (o merito?) di Fedelone Confalonieri, che dimostrando un minimo di aziendalismo ha distinto il leccaculismo dalla quasi totale incapacità di intendere e volere.
Cadeva il governo Berlusconi, e Fede apriva il suo telegiornale con il gelido clima novembrino. Pdl e Lega progressivamente si allontanavano, ma la sentenza di secondo grado sul delitto di Garlasco incombeva, maggiormente importante. E poi le foto meno riuscite dei volti del politico di “sinistra” a tutto schermo e a tutto scherno dietro le spalle, per deridere, far sorridere, non far capire.
La gavetta, la direzione del Tg1, Studio Aperto, uno scoop di cui dargli il merito (lo scoppio della Guerra del Golfo, anno di grazia 1991), il passaggio al Tg4, l’informazione di regime, la santificazione del Padrone, la dissacrazione di tutto il resto.
Gli ultimi anni, gli avvisi di garanzia, le sempre più numerose inchieste a suo carico, il tramonto che diventa sera. Lo sfruttamento della prostituzione, i sempre più frequenti “che male c’è” a difendere le proprie dipendenze. Ruby Rubacuori, i soldi nelle banche svizzere.
Il tentato accordo per fuoriuscire “da signore” (che guarda il caso non è riuscito), l’addio forzoso, l’arrivo dell’erede Giovanni Toti. Ciao Emilio, buona pensione.