Alla fine ho fatto l’orale del
concorso di cui scrivevo qualche post fa. L’ho fatto nella nuova sede, quella che a brevissimo ospiterà anche me e i miei
colleghi. Spazi abnormi usati non benissimo, uffici troppo grandi, uffici
troppo piccoli, viste sulla città, sottoscala.
Mi sono presentato, a differenza
di molti altri miei colleghi. Un po’ per spirito economico, chè una volta
versati i 10 Euro dell’iscrizione non vanno buttati via, un po’ per
partecipare, per farmi un’idea, per provare l’emozione di poter dire che a 10
mesi dalla firma del contratto a tempo indeterminato la mia azienda mi forniva
l’inaspettata possibilità di fare carriera.
Le attese mi sfibrano, ed essere
convocati alle 9 per cominciare a interrogare alle 10 passate mi ha fatto
salire la pressione. Alle 11 circa è arrivato il mio turno, alle 11:15 ero
fuori. Ecco cosa è successo.
Pesco da una miriade di buste
quella sbagliata, quella dove già la prima domanda mi avrebbe messo in
difficoltà. Infatti la canno con
clamore, lo faccio quasi con consapevolezza. Passo velocemente alla seconda:
tratta del mio lavoro, va liscia come l’olio. La terza è conseguenza, e il
presidente di commissione affila i denti e inizia a fare domande. Ne esco vivo,
con qualche lacuna. Informatica e inglese sono mere formalità.
Faccio per andare via, non
soddisfattissimo, ovviamente conscio che no, non avrei giocato per la vittoria.
Proprio mentre stavo per alzare la chiappa sinistra dal mio comodo scranno, il
presidente prende la parola in modo inaspettato, quasi fuori tempo.
“Ci vediamo la prossima volta. Questi
concorsi non sono fatti per voi interni, è praticamente impossibile che uno di
voi lo vinca. E poi per voi sono previste progressioni verticali, che vi siete
iscritti a fare?”.
Rabbrividisco. Non la vivo come
una provocazione ma esco raggelato, come in uno di quei sogni in cui muore una
persona che senti vicina. Mi sono
sbattuto, ho studiato leggi e controleggi e il responso è questo. Sono
senza parole.
Anzi, forse ho qualche interrogativo: sarò in
graduatoria? Con che punteggio? Con quale stato d’animo accoglierò lavorativamente il/la vincitore/trice? Come punta, la
mia azienda, a valorizzarmi, se non
attraverso queste procedure concorsuali? E’ ora di far fruttare questa dote innata chiamata scrittura, mettere giù un
vero e proprio manoscritto, bussare a tutte le case editrici milanesi e tentare
quella valorizzazione?
Nessun commento:
Posta un commento