E a Rosy Bindi non piacerà.
Eppure le cose sono andate proprio come da sondaggi: 44-35. Nichi Vendola ha
preso il 15%; pensavo meglio. Bruno Tabacci e Laura Puppato si sono rivelati
inesistenti, ma era preventivabile. Quasi 3 milioni e mezzo di votanti,
qualcosa di inaspettato. Un flusso imponente di elettori che voleva dire no a
qualcuno, a qualcosa, a un Ventennio, a un altro Ducetto all’orizzonte.
Una prova democratica e leggera,
una giornata di festa e una serata di analisi televisive qualunquiste. Il vero
vincitore sin d’ora è l’odiatissimo Matteo, che nell’immediatezza dei risultati
non sembra stupito, ma rafforza la sua convinzione verso uno “Yes, we can” che
ho già sentito da qualche parte.
Il gioco è piaciuto, si rifà
domenica prossima e sarà l’ultima chiamata. C’è chi dice che vincerà chi
intercetterà i voti e gli umori del buon Nichi, chi dà già Pierluigi pronto per
la prossima campagna elettorale. Io
non mi sbilancio; alcuni fattori sono imponderabili e 9 punti percentuali sono
300.000 preferenze: un’onda assolutamente surfabile.
Dall’altra parte ancora non si sa cosa si farà, se
imporre dall’alto o fingere
democraticità. Una sola riflessione sui nomi:
da una parte si sono confrontati Bersani, Renzi, Vendola, Puppato e Tabacci.
Dall’altra, a Silvio piacendo, le previsioni dicono Alfano, Meloni, Mussolini,
Biancofiore e Cattaneo, mentre Sgarbi e Galan hanno ben pensato di ritirarsi. Qualità differenti in un formato che sembra uguale.
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