Lo cantava qualche disco fa
Ligabue, e da mercoledì mattina ora italiana lo urla, gioiosamente, Barack
Obama.
Barack è indubbiamente amato in
patria per tutta una serie di motivi che in Europa capiamo solo di sguincio,
dando letture parziali, a tratti un po’ provincialotte: la baruffa chiozzotta
nel bel mezzo della nottata appena trascorsa tra Lucia Annunziata e Giuliano
Ferrara dice molto più di mille parole, e mentre alcuni inviati italici sul
campo – Botteri, Severgnini – esultano smodatamente manco avessero potuto
votare, altri – Cazzullo – fingono terziaria imperturbabilità.
L’elezione non era in dubbio,
checché ne dicessero sondaggisti e numerologi. Obama si è indirettamente
giovato delle gaffes in serie di un competitor a dir poco impresentabile
(ricorda qualcuno, per appartenenza e promesse?), che dava la perenne
sensazione di nulla sapere di politica estera, o di economia. Gli afroamericani
hanno fatto parte del resto, e anche la First Lady, coi suoi appelli accorati,
ci ha messo del suo.
La retorica post vittoria fa molto “stelle e strisce”,
fa molto show, molto “Campioni del Mondo!”. Il globo aspettava, ansiosamente
certo: ha ottenuto una risposta ovvia, senza incognite da “Swing State”.
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