come scriverebbe un ragazzino,
che essendo tale non saprebbe come mai Israele, la Striscia di Gaza, la
Palestina sono territori così martoriati, così terribilmente toccati dalla
peggiore delle aberrazioni umane.
La mia convinzione personale è
che neppure i protagonisti degli scontri sappiano perché vanno l’uno contro
l’altro, in un alternarsi di accuse e bombardamenti, attentati e trattati di
pace. Grandi uomini come Yitzhak Rabin o Yasser Arafat non ci sono più, e il
guerreggiar è diventato politico; si gioca con la vita delle persone per un
voto in più, per garantire un voto in meno all’avversario. Da lontano,
l’atteggiamento di Netanyahu assomiglia a questa roba qua.
L’Europa è lontana, e l’America
ancor di più. Hai voglia a definire lo Stato d’Israele come parte dell’Europa:
lo è solo quando conviene, quando qualche numero deve tornare, quando
l’economia ne abbisogna. Alla Nato quei posti non piacciono; agli Stati Uniti
ancora meno, prima per “mancanza di materia
prima” (leggi Oro Nero), poi perché nella cultura di Barack Obama guerra
non fa rima con niente.
E quindi da lontano giochiamo ai rassegnati, e ci aspettiamo che ogni tanto alla cenere
venga aggiunta brace bollente, per far ripartire il circolo vizioso del
conflitto. Proprio come nei giorni appena passati.
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