E la mente corre ad anni felici,
quando i pochi pensieri che si avevano nella testa facevano rima con canne,
ragazze, alcool. Venivo dal primissimo approccio col mondo universitario
milanese, ne avevo capito da poco le potenzialità di divertimento estreme ed
infinite, ma volevo andare a trovare il già pluricitato amico Bruno. Aveva
scelto Perugia per un corso di laurea appetibile e per la relativa vicinanza a
casa, e me lo raccontava come un posto di perdizione e svago, serate e nottate,
conoscenze e freddo atmosferico.
Dopo un viaggio in treno scomodo
e lungo (cambio a Firenze, da Firenze al capoluogo umbro su un Regionale
paragonabile a un risciò vietnamita), mi ritrovo sotto questa collina di cui
non si vedeva la fine, sulla quale si inerpicavano case e cascine, negozi e
stradoni. E qui la prima sorpresa: Perugia collega i suoi diversi quartieri con
le scale mobili. E potrete capire il mio sommo stupore: io che da milanesotto
qualunque avevo visto quegli aggeggi in metropolitana o dentro la Rinascente
rimasi a bocca spalancata.
Bruno viveva col già qui
monografato Danilo di fronte all’Università in un posto che, e Bruno a distanza
di anni mi perdonerà, chiamare “casa” era francamente un azzardo rischioso. Si
trattava di uno stanzone con una “finestra a vuoto” (affacciava dentro al
nulla), con servizi e una cameretta. Vivo da solo da cinque anni
ormai, ho imparato a riconoscere i tuguri (in uno ci ho vissuto a mia volta) e
non voglio passare per giovanotto con la puzza sotto al naso ma quella no, di
casa nulla aveva.
Mi stupii molto la concezione da
paesone del capoluogo umbro: Bruno conosceva tutti, appena si usciva ti si
avvicinava gente con fare gentile, anche solo per chiedere “tutto bene? E’ da
un po’ che non ti vedo!”. La movida notturna era massiccia, totale,
sconvolgente, incredibile. I locali accoglienti e caldi, la gente perennemente
allegra. Il resto del mondo sembrava, ed era, lontano. Mi sembrava che avrei
potuto vivere così per decenni; che quello stile di vita, per quell’età, era il
migliore possibile. Non mi sbagliavo.
Come si sa i weekend finiscono, e rientrai a Milano
pieno di vita, gioia, pensieri positivi. Tornai a Perugia un’altra volta, due
anni dopo. Non ero solo, e il viaggio fu altrettanto travagliato: un Milano –
Roma – Perugia e ritorno che oggi probabilmente non rifarei. Bruno aveva
cambiato casa (e stavolta sì, era proprio una magione), non coinquilino (che
ebbi enorme piacere di vedere, seppur per l’ultima volta). Perugia era rimasta
lei, coi benefici che marzo porta a tutti i luoghi di questo emisfero: aria
meno rigida, orizzonte più chiaro, maggior voglia di fare. Gli studenti mi
sembrarono identici a due anni prima; ragazzi che avevano scelto il luogo
giusto, che forse se la sarebbero presa un po’ più con calma godendosi una
città universitaria mai troppo pubblicizzata, forse non apprezzata abbastanza.
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