Fatti, pensieri, esperienze in ordine sparso

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mercoledì 4 aprile 2012

Huaynapicchu, esperienza unica

Mentre la guida ti illustra con fare incantato, incantandoti di conseguenza, tutto ciò che un luogo come il Macchu Picchu porta con sé, una visione ti sovrasta la vista, impaurendoti. E’ il maestoso, imponente, severo Huaynapicchu. La montagna che completa ogni tassello, quella che se non la scali hai visto sì una meraviglia, ma non l’hai vista tutta per intero.

La guida parla, parla, tu inciampi nel tuo spagnolo comprensibile, compreso ma un po’ smozzicato, e intanto pensi all’Huaynapicchu, alla Montagna. Avevi preso l’impegno di scalarlo e non hai nessuna intenzione di perdere la sfida, mentre lo sposo avverte “Attenti ragazzi, ci son morti due turisti di recente”. Pensi che scherzi: lo sposo è lo sposo, ma il suo sguardo si fa torvo, il suo rifiuto alla scalata è reciso. E tu ci pensi e ci ripensi, e combatti contro te stesso, contro ciò che sei, contro ciò che non sai.

La spiega del Macchu Picchu ti riempie gli occhi e il cuore, ma finisce troppo presto. Arriva il momento. Tu, la sposa e la di lei madre, il più registrato dei due testimoni e un ragazzo di Ancona che avevi conosciuto non più di 3 giorni fa siete chiamati all’impresa. Che all’inizio presenta una piccola sorpresa: come può una salita iniziare…in discesa? Ebbene sì, per scalare il Huaynapicchu bisogna scollinare un bel po’. I primi passaggi sono tranquilli, da passeggiata di montagna. Dopo circa un quarto d’ora di cammino il gioco si fa duro: compaiono i primi corrimano, le gambe vanno inarcate in modo alquanto innaturale ma il cielo tiene, quantomeno non piove. A tre quarti dell’impresa la situazione si fa critica; il luogo è particolarmente impervio, e seppur non piova la scalata è resa maggiormente impegnativa dall’acqua che scorga da fonti naturali. Alle donne serve un bastone, gli uomini usano le mani. Perdere l’equilibrio vuol dire cadere in uno strapiombo di almeno 800 metri. L’ultimissima parte, quella che ti fa dire “ci siamo quasi”, fa tremare le gambe e lo spirito. Gli attraversamenti sono così impervi da non riuscire ad avere chiaro dove si andrà a poggiare il prossimo piede, la prossima volta.

Una volta in cima lo spettacolo toglie il fiato. La bocca riesce a emettere solo smorfie di stupore: ce l’hai fatta, e stai guardando il Paradiso da una prospettiva avvantaggiata. Il sito archeologico del Macchu Picchu sembra un paesino, da quell’altezza. L’aria è rarefatta e tremi di gioia, perché ti sei fatto un regalo troppo grande. Dopo un’ora e mezza all’insegna della stanchezza ti senti rinfrancato e pieno di forza mai avuta prima: bruta, primitiva, estrema, potente. Godi del Mondo, guardi la Terra dall’alto e capisci quanto tornerai ad essere piccolo una volta a Milano, una volta dove sei sempre stato. Mangi una mela, meritata ricompensa, scambi due parole con due ragazze argentine e una simpaticissima coppia di ragazzi brasiliani che hanno avuto il tuo stesso ardire e ti prepari alla discesa.

Il clima si fa infido: piove con insistenza. Il sudore si mischia alla pioggia, e capisci quanto la discesa possa essere molto più pericolosa della salita. Schiantarsi è un attimo, perdere l’equilibrio un gioco. La minima disattenzione sarebbe decisiva, e metterebbe in ballo la vita. E la mente in un attimo di lucidità torna alla salita, più o meno a metà strada: dei ragazzi francesi, probabilmente strafatti di allucinogeni, scendevano con le infradito correndo, in quel budello impraticabile. Inverecondi irriverenti, il dio dell’Huaynapicchu non gli ha voluto insegnare niente. E ha fatto bene.

Ogni passo è uno scricchiolio, qualche metro di ossigeno guadagnato. Occhi davanti, dietro, di fronte: ti senti iperteso, ma contemporaneamente euforico, fortissimo. Dopo un quarto di discesa la pioggia diventa clima definitivo: ci accompagnerà fino alla fine. Piedi perpendicolari al terreno, occhi sbarrati, forza nei polpacci e nella testa: il grosso è passato. La mamita è felice: seppur gringhitos, abbiamo forza di volontà, coraggio e grinta da vendere. Il Huaynapicchu ci ricompenserà per tutta la vita. A tre quarti del tragitto possiamo permetterci di unire acqua all’acqua: una pipì liberatoria e lunghissima, che svuota la vescica e riempie di te il benedetto strapiombo. All’arrivo le guardie del luogo ci fanno i complimenti e appongono un timbro sul nostro passaporto: il timbro dell’Huaynapicchu, montagna sacra che ho scalato.

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